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Mainz_BlickzumRhein_1890
di
Davide Rossi

Dopo che l’editore Mimesis ha meritoriamente ripubblicato lo strepitoso e appassionante romanzo “I morti restano giovani” di Anna Seghers, nonché il diario di viaggio della scrittrice in Cina nel 1951, un minimo interesse nei confronti di questa grande comunista del Novecento si è ridestato. L’editore Neri Pozza ha deciso così di ripubblicare “La settima croce”, scritto a Parigi nell’arco di un anno, iniziato nei giorni che precedono i mondiali di calcio francesi del 1938, che si aprono proprio con l’eliminazione dei tedeschi a opera del catenaccio elevetico, e concluso poco prima dello scoppio del secondo conflitto mondiale.
La storia narrata dal romanzo è quella di una riuscita evasione da un campo di concentramento tedesco, che, come si dovrebbe ricordare, sono operativi appena i nazisti prendono il potere, internandovi i comunisti e i sindacalisti. La fuga di Georg Heisler, comunista, è narrata nei suoi sette giorni fino all’attraversamento della frontiera. Per Anna Seghers fonte prima d’ispirazione sono stati i racconti dell’amico già deputato della KPD Hans Beimler, internato e torturato a Dachau, da cui riesce a scappare un mese dopo, in coincidenza con il bestiale rogo dei libri, tra cui quelli di Anna, organizzato dai nazisti in tutte le piazze tedesche. La fuga di Heisler è collocabile più avanti, nell’autunno del 1936, dopo l’inizio della guerra di Spagna a cui vuole partecipare, come Beimler vi ha partecipato, cadendo da commissario politico del “Battaglione Thalmann”, parte dell’XI Brigata Internazionale.
Il regista austro-statunitense Fred Zinnemann, ricordato per “Mezzogiorno di fuoco”, dal romanzo nel 1944 ne trarrà un film per Hollywood con Spencer Tracy a interpretare Georg Heisler e in una piccola parte Helene Weigel, compagna di Brecht, insuperata attrice e regista, sullo schermo anche nel mitico “Kuhle Wampe” di Slatan Dudow del 1932, il solo film realizzato dalla KPD.
La fuga si svolge in autunno tra Magonza e Francoforte e per Anna Seghers è l’occasione di ripensare, ritornare, almeno con la scrittura, alla sua amata città natale, di cui ci regala emozionati ed emozionanti lampi, siamo in autunno e le colline intorno alla città sono cariche di “mele dorate, così belle e mature da brillare come innumerevoli piccoli soli nella prima luce del mattino.” Il sole a cui i celti dedicavano i loro altari e che è nel simbolo cittadino: “la città in fondo non ha mantenuto nella sua bandiera né l’aquila, né la croce, bensì il celtico disco del sole, il sole che fa maturare le mele. Qui si accampavano le legioni romane e con loro tutti gli dei del mondo, urbani e rurali, il dio degli ebrei e il dio dei cristiani, Astarte e Iside, Mitra e Orfeo. Qui finivano le lande selvagge.” E iniziava l’impero, quell’impero romano che sembrava eterno e che invece, come tutte le costruzioni statuali umane, era destinato prima o poi a scomparire. Sebbene i sogni di grandezza, siano, come ogni sogno umano, “tenaci e inestirpabili”. Così può accadere che “un uomo emaciato, in groppa a un asinello, il petto difeso dalla corazza della Fede, cinto dalla spada della Salvezza” abbia portato oltre ai vangeli anche “l’arte d’innestare i meli”. In questa terra, “là dove il Meno si riversa nel Reno, alla loro confluenza, sorge Magonza, ceduta dai suoi arcicancellieri al Sacro Romano Impero. … ogni anno in questa cittadina avveniva un fatto nuovo e ogni anno era lo stesso, sotto i raggi miti e velati del sole, grazie alla fatica e alle cure degli uomini, maturavano le mele e il vino.” Perché il vino, ammonisce Anna Seghers, serviva a tutti: “ai vescovi e ai proprietari terrieri, per eleggere il loro imperatore, ai monaci e ai cavalieri per fondare i loro ordini, ai crociati per bruciare gli ebrei, quattrocento in una sola volta sulla piazza di Magonza, che ancora oggi è nota come piazza dell’incendio, agli Elettori religiosi e laici, ai giacobini per danzare intorno agli alberi della libertà.” A Magonza erano passati soldati dell’esercito napoleonico, prima portando “i loro tricolori e i loro diritti dell’uomo”, poi “cupi e cenciosi”, a segno della sconfitta loro e di un’epoca. Anna Seghers ripensa anche ai moti rivoluzionari del 1848, a Bismarck, alla battaglia nella vicina Verdun durante il primo conflitto mondiale. La rincorsa di Anna col tempo si ferma alla sua contemporaneità, gli anni ’30 del Novecento, ammonendo: “ora siamo a questo punto. Quello che accade ora, riguarda noi.”
Il fuggitivo si nasconde per una notte nel duomo cittadino. Anna lo conosce bene, ne ha respirato incensi e atmosfere fin da bambina, quando il padre la lasciava per ore sulle panche di legno ad osservare statue, vetrate, ombre e riflessi, mentre lui si intratteneva con le autorità ecclesiastiche nella sua qualità di gerente del patrimonio artistico arcivescovile. “Il duomo era stato costruito sotto la stirpe imperiale degli Hohenstaufen, grazie al genio dei singoli architetti e alla forza inesauribile del popolo”, ovvero gli operai e i carpentieri che lo hanno concretamente eretto.
Nel libro vi è tutto questo e molto altro, “i rintocchi striduli e amari di povera gente”, contadini la cui vita è scandita dal campanile e dalla fame, amori senili e grinzosi, mossi da “tremenda vivacità, propria dei vecchi quando si corteggiano, quasi che ballando si sentano tintinnare le loro ossa”, vecchi di cui i giovani non si curano, “perché li hanno visti da sempre e ogni tanto scompaiono perché muoiono”.
Ripensare alla propria città e all’inizio della sua militanza marxista è per Anna Seghers l’occasione per rivivere, ricordando amiche e amici, “la giovinezza trascorsa insieme sotto gli astri della stessa speranza”, una vita militante e in quanto tale “intensa, vertiginosa, piena”, sebbene dura perché: “quando si lotta e si cade, un altro prende la bandiera e lotta”, e se cade, qualcun altro ricomincia, “perché a noi non viene regalato niente”. Proprio lei d’altronde ci ha insegnato che “non sempre è facile, ma ciascuno di noi è chiamato a rispettare i sogni della propria giovinezza”, d’altronde il socialismo è “la spietata lotta per la felicità assoluta”.
Sei dei sette fuggitivi vengono riacciuffati e crocifissi nel campo di concentramento dal sadico e perverso comandante che impartiva a ciascun prigioniero “interrogatori, sofferenze e torture sufficienti a un’intera generazione, colpita da una guerra o da un’altra disgrazia”. La morte durante l’ultimo interrogatorio di Wallau è al contempo toccante e straziante, oramai incapace di parlare, risponde mentalmente alle domande, cosicché alla fredda secchezza degli interrogativi risponde “una gelida ondata di silenzio” e il solo pensiero del comunista, frasi che sempre principiano con l’espressione “quando ero ancora vivo”, un dialogo capace di comporre un salmo laico di struggente bellezza.
Georg Heisler invece ce la farà. È la sua fuga più potente della violenza del nazismo che non solo ha cercato di annientare un’intera generazione, quella dei comunisti, tanto che Anna paventa “noi, massacrati in quel modo, sradicati in quel modo, rischiavamo di rimanere senza eredi”, ma che soprattutto ha trasmesso ai giovani i valori del male, portandoli a “somigliare ai fanciulli delle saghe, che, allevati dalle bestie, alla fine sbranano la loro stessa madre”. Quella settima croce vuota, muta e al contempo dirompente, grida la sua forza, il suo essere segno indelebile di una libertà possibile, di una solidarietà ancora praticabile, tanto che nel cuore dei prigionieri del campo riverberano le ultime parole libro: “tutti sentivamo con immensa intensità e immenso terrore come le forze esterne potessero penetrare nell’intimo delle persone, ma sentivamo anche che nell’intimo c’era qualcosa di inattaccabile e invulnerabile”.

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