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di

Davide Rossi

Leggere il “Diario della guerra di Spagna”, edito da PGRECO, dello scrittore e corrispondente della Pravda è davvero emozionante, non solo per le qualità letterarie di Michail Efimovič Kol’cov, ma anche e soprattutto perché, a ottant’anni da quegli avvenimenti, la sua narrazione restituisce la complessità, le difficoltà, la solitudine dei popoli della Repubblica Spagnola, gli errori, ma anche gli slanci e gli eroismi. Si capisce inoltre perché i comunisti, ottenuto solo un 3,5% alle elezioni del febbraio ’36, con lo scoppio in luglio della guerra accrescano la loro considerazione tra le masse popolari, grazie a una organizzazione militare tanto militante quanto efficiente, nonché all’incessante aiuto sovietico di cibo, armi, vestiti per la Repubblica e alla larghissima ospitalità in Unione Sovietica offerta agli orfani e agli sfollati che hanno perso la casa e il lavoro. Kol’cov esprime anche in maniera netta e risoluta come l’ideale socialista sia totalmente contrario e antitetico a quello nazifascista, vera e propria aberrazione abominevole e disumana e come la lotta in Spagna sia la prima tappa di un inevitabile guerra mondiale, fortunatamente conclusa con la Liberazione di Berlino da parte dell’Armata Rossa il 9 maggio 1945.

Molti sono i momenti emozionanti regalati da queste quasi cinquecento pagine, tra comuni contadine, case del popolo, tripudio dei giovani durante le proiezioni dei film sovietici, nei quali si immedesimano facendo un parallelo con la loro lotta contro la reazione, mentre inneggiano anch’essi, come gli eroi dei film, a Carlos Marx e a José Stalin, ai quali associano i dirigenti spagnoli del movimento comunista, la passionaria Dolores Ibarrurri e il segretario del Partito José Diaz, e ancora, il quotidiano lavoro pedagogico per insegnare ai cittadini il valore e l’importanza della proprietà pubblica e sociale, la gestione delle incautaciones, ovvero le nazionalizzazioni delle aziende e dei negozi, a partire da quelle e quelli abbandonati dai proprietari.

Vale tuttavia la pena di ricordarne due momenti davvero toccanti, quello dell’incontro con la prima traduttrice di Kol’cov, la giovane diciottenne comunista franco-catalana Marina Ginestà, bella, intelligente, dallo sguardo profondo e dai capelli corti, diventata un’icona della Rivoluzione spagnola per la celebre fotografia di Juanito Guzman, sul tetto dell’hotel Colon di Barcellona e l’incontro tra Kol’cov, che guida la delegazione sovietica al secondo Congresso internazionale degli scrittori per la difesa della cultura e contro il fascismo, in svolgimento nel luglio ’37 a Valencia, Barcellona e Madrid dopo il primo di Parigi del 1935, con la sua amica Anna Seghers.

Il congresso offre un quadro affascinante del mondo della cultura europea e mondiale, tutta protesa a respingere il fascismo in nome dell’ideale dell’eguaglianza. Ecco allora che il libro ci restituisce gli spagnoli Rafael Alberti, la sua compagna Maria Teresa Leon e José Bergamín,  presidente dell’Alianza de Intelectuales Antifascistas, i francesi Léon Moussinac, Julien Benda e André Chamson, il danese Martin Andersen Nexo, i molti tedeschi presenti insieme ad Anna Seghers: Gustav Regler, corrispondente del giornale sovietico in lingua tedesca Deutsche Zentral-Zeitung, poi internato nella Francia collaborazionista dai nazisti nel campo di Le Vernet insieme al marito di Anna Seghers Laszlo Radványi, ungherese e giovane rivoluzionario nella stagione dei Consigli di Bela Kun, poi esule a Berlino e direttore per la KPD della Marxistische Arbeiterschule, la Scuola Marxista per i lavoratori, Willi Bredel, comunista scappato dal campo di concentramento di Fuhlsbüttel, in cui è stato internato nel 1933, esperienza su cui ha scritto nel 1934 il romanzo “La prova”, il primo capace di spiegare al mondo l’orrore dei campi e come i comunisti e i sindacalisti ne siano stati le prime vittime, Erich Weinert, voce tedesca di Radio Mosca, Ludwig Renn, internato in un campo di concentramento nel ‘33, fuggito e poi combattente nel Battaglione Thälmann, come Bredel. Un altro tedesco è nella delegazione norvegese, insieme allo scrittore Nordahl Grieg, si tratta di un giovane del Partito Socialista, il nome dei comunisti in Norvegia, è Willy Brandt, corrispondente di guerra con lo pseudonimo di Gunnar Gaasland. Molti anche i sovietici: Aleksej Nikolaevič Tolstoj, autore di una versione in russo di Pinocchio e grande amico di Stalin, Vsevolod Visnevskij, scrittore e combattente, prima contro i bianchi nella guerra civile russa, poi in Spagna contro i fascisti, quindi contro i nazisti nella seconda guerra mondiale sul fronte di Leningrado, come Vladimir Stavskij, anch’egli presente, stesso percorso di Visnevskij, ma purtroppo caduto nel 1943, quindi Il’ja Erenburg, grande amico di Anna Seghers e corrispondente dalla Spagna per la Izvestija. Tra i sudamericani l’argentino Raul González Tuñón, amico di Pablo Neruda, all’epoca console cileno a Barcellona, entrambi aderenti ai rispettivi partiti comunisti.

Anna Seghers al congresso sostiene che i suoi tanti colleghi tedeschi combattenti nelle brigate internazionali dimostrano come, persa la patria, l’abbiano ritrovata nelle trincee di Madrid. Kol’cov per Anna spende parole di affettuosa amicizia, che gli permettono di poter anche sorridere e farci sorridere: “Ad Anna Seghers è molto piaciuto uno spagnolo con gli occhiali, robusto e affabile, arguto e allegro, il quale per giunta parlava meravigliosamente il tedesco. Egli le forniva le notizie sui fatti spagnoli e rapide, vive impressioni sugli spagnoli presenti al pranzo. E voi che incarico avete qui?, chiede dolcemente Anna, socchiudendo gli occhi miopi. Sono il primo ministro e oggi ho parlato per primo al vostro congresso, risponde Juan Negrin.”

Al congresso partecipa anche il giovane venticinquenne Juan Ambou, che ha lavorato per un anno alla costruzione della metropolitana di Mosca, sotto la direzione del compagno Kaganovic nel ’34 e dal ’36 difende armi in pugno la Repubblica contro i fascisti. Ambou sarà parte della Rivoluzione cubana e direttore della Casa della Cultura dell’Avana, prima di tornare in Spagna tra i dirigenti del Partito Comunista nel 1977. Il poeta Leon Felipe a Barcellona intanto declama: “abbiamo bisogno della dittatura! Sì, della dittatura di tutti! Della dittatura delle stelle! Della dittatura del sogno!”, facendo commentare a Kol’cov come Barcellona vivesse allora “tra il cielo e la terra, tra l’inferno e il paradiso”, una vera e propria “dittatura del sogno”.

Inferno, paradiso, sogno della dittatura del proletariato e agghiacciante e sanguinaria violenza franchista. Tutto questo e molto altro è stata la guerra di Spagna e tutto questo ci restituisce, con militante passione, Michail Efimovič Kol’cov.

 

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