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In occasione del centenario dei comunisti cinesi Davide Rossi ha dedicato un saggio dal titolo

Un gatto, due secoli, tre mondi, quattro modernizzazioni

a 60 anni dello “scisma” sino-sovietico

di

Davide Rossi

inserito nei due pregevoli volumi editati dall’Accademia di Scienze Sociali della Repubblica Popolare Cinese con cento interventi di marxisti di tutto il mondo, dedicati al festoso anniversario.

“L’essenza del marxismo è costruire la realtà partendo dai fatti.”   Deng Xiaoping“Camminano svelti i cinesi e si lasciano il nord alle spalle … perché sulle spalle hanno mille ali, neppure la luce riesce a raggiungerli. Vanno verso il sole che domani raggiungeranno: sotto i loro passi lungo la via nascono fiori.”   Aleks Çaçi

Il freddo è intenso a Mosca in quegli ultimi giorni del 1960. La pioggia cade incessante, trasformandosi sovente in neve copiosa e spessa, vorticosamente portata dal vento negli squarci di un cielo più plumbeo e artico del solito. Un giovane cattolico ha appena battuto alle presidenziali statunitensi Richard Nixon, ma non muta il volto dell’imperialismo. Il revisionismo ideologico imposto dall’inetto segretario sovietico Krusciov spacca il campo socialista, l’Albania e la Cina si ritrovano unite nel prendere una strada diversa, che per un decennio le terrà unite, con la certezza che un compromesso con l’Occidente non sia possibile e i meriti di Stalin, colui che ha edificato con i piani quinquennali il primo Stato socialista, uscito stremato dalla guerra civile e privato del suo fondatore prematuramente scomparso, nonché guidato l’Armata Rossa schiacciando il mostro nazifascista, sarebbero stati più solidi e duraturi delle ragioni dei tardivi detrattori, come il tempo ha dimostrato.

Due modi di concepire la lotta al revisionismo moderno

Due uomini sono protagonisti di questa rottura che scuote la sonnecchiante ritualità dell’Internazionale Comunista, anche se da qualche tempo non si chiama più così, uno piccino e dall’aria apparentemente dimessa è il gigante che cambierà inaspettatamente la Cina nel suo secolo e il mondo in quello successivo, l’altro è alto ed elegante, ma la sua incapacità di cogliere la necessarietà delle relazioni internazionali e dei conseguenti inevitabili compromessi, lo porterà ad un arroccato isolamento, in cui la fortezza ideologica marxista-leninista da lui edificata tra i monti e le valli schipetare resterà l’ultima frontiera di un mondo superato dal realismo dei suoi amici cubani, coreani e vietnamiti. Quando Iosip Broz Tito sarà ricevuto nel 1977 a Pechino da Deng Xiaoping e Hua Giofeng con tutti gli onori e ancor più trionfalmente a Pyongyang da Kim Il Sung, che lo insignisce dell’Ordine degli eroi della Repubblica Popolare Democratica di Corea, gli offre una scultura dedicata al “grande combattente contro l’imperialismo”, gli conferisce la cittadinanza onoraria di Pyongyang e gli regala il coltello d’argento simbolo dei difensori della felicità e della sicurezza, Enver Hoxha, constaterà con puntigliosa e sconsolata amarezza che oramai nessuno più – tranne loro albanesi – è disposto a lottare incessantemente al contempo contro l’imperialismo e quello che solo loro ancora definiscono “revisionismo”, ovvero il socialismo jugoslavo e quello sovietico. A nulla varranno i consigli di scegliere un’alleanza, quella dei “Non Allineati” in cui lo invita Fidel Castro ma certo allora ancora egemonizzata da Tito, quella cinese attraverso un asse tattico con gli statunitensi per il rilancio economico, della Cina, come avrebbe potuto essere dell’Albania, e in prospettiva del socialismo (una scelta quella cinese per altro allora del tutto incompresa tanto tra i paesi socialisti quanto in Occidente) così come – terza possibilità – un riavvicinamento ai sovietici e al campo socialista dell’Europa orientale a loro prossimo. Nulla sarà di tutto questo: isolato e deluso Enver Hoxha dovrà dotare gli albanesi di scambi commerciali non detti con Italia e Francia e manterrà relazioni ufficiali quasi esclusivamente con l’Algeria di Chadli Bendjedid. Quando i disastri gorbacioviani porteranno alla fine dell’esperienza sovietica, la pressione sociale del popolo albanese insieme alla manifesta incapacità dei suoi successori porranno fine all’esperienza di quel Partito del Lavoro che aveva dato in meno di mezzo secolo a tutto un popolo, sotto i simboli del piccone e del fucile che con energica vigoria avevano preso il posto dei più usuali falce e martello, casa con acqua corrente, scuola, lavoro, salute, elettrificazione, fine dell’analfabetismo in una nazione nel 1945, dopo secoli di occupazioni e di sfruttamento, ancora quasi totalmente analfabeta e costretta a una esistenza miserevole.

Tutt’altra storia, tutt’altre scelte e tutt’altro destino avrebbe atteso l’altro protagonista di quei giorni moscoviti. Cadute e risurrezioni ne avrebbero fatto il più duraturo perché il più capace tra i politici cinesi.

In quello straordinario capolavoro della letteratura storico-politica rappresentato da “L’inverno della grande solitudine” Ismail Kadare racconta quella conferenza, ovviamente con qualche aggiustamento politico, il libro infatti editato nel 1973 è stato scritto nei mesi precedenti, certamente con la collaborazione diretta dei dirigenti comunisti albanesi presenti a quell’incontro e risente del clima del tempo, i veri artefici di quella rottura, ovvero i cinesi e il loro segretario generale Deng Xiaoping, che guida la delegazione insieme al presidente della Repubblica Popolare Liu Shaoqi, scompaiono, in ragione della distanza che presto diverrà solco incolmabile tra albanesi e cinesi, mentre giganteggia Enver Hoxha, trasformato in protagonista eschiliano di quei giorni, un dipinto albanese di Guri Madhi dello stesso anno rende in una immagine la sintesi del romanzo, lo statista albanese tiene il suo forbito e feroce atto d’accusa contro i revisionisti, rimescolando la coscienza di tanti vecchi compagni, che probabilmente ne apprezzano in cuor loro i contenuti, ma si scaglieranno contro di lui, per quella disciplina ferrea alla cui osservanza non concedono deroga. Valgano per tutti le parole di Dolores Ibarruri, segretaria dei comunisti spagnoli, mediata dalla ricostruzione di Kadare: “oggi ho ascoltato il discorso più spudorato che sia stato pronunciato all’interno del movimento comunista internazionale dai tempi di Trockij”, l’Ibarruri alza la voce chiedendo: “che cosa volete compagni albanesi? Che cosa vuoi signor Enver Hoxha?” e mentre interroga gli albanesi, emergono della sue parole “le sue rughe, i suoi capelli bianchi, il suo scialle sinistro, la sua voce e tutto ciò che c’era in lei, allo stesso tempo di madre e di vedova, quella tristezza iberica sorprendentemente simile ai lutti dei Balcani, dolore senza fine di penisole sprofondate nel mare come nella morte.” La rottura è in qualche modo un cataclisma, ancora il grande Kadare ci aiuta: come era successo “ai tempi di Lenin e Troskji, di Stalin e di Bucharin, e ancora più indietro nel tempo, all’epoca di Marx, di Kautsky e di Bernstein, e più lontano ancora come ai tempi della quarta enciclica, del secondo scisma, del grande scisma tra le chiese di Roma e di Bisanzio, e sempre più ancestralmente lontano all’epoca del matriarcato.Kadare parla di terremoti e fulmini, ovviamente di parole, ma anche con sorniona ironia al suo protagonista, il traduttore della delegazione albanese, fa carpire una conversazione tra alcuni funzionari sovietici: “l’unità, tutta la vita nell’unità, ci eravamo abituati, ma non si sa mai, forse ora, senza unità, la vita diventerà più felice. Come ha detto Marx, l’unità è provvisoria, ma le discussioni sono eterne”.

Quando il gradualismo è rivoluzionario

Verissimo, unità sempre provvisoria e discussioni sempre eterne tra i marxisti, ma poi servono scelte concrete che diventino ancor più concreta azione politica e così se il granitico e inamovibile dogmatismo albanese andrà esaurendosi tra meriti ed eccessi nelle nebbie della sua incapacità di capire e guardare all’evoluzione del mondo, il pensiero di Deng Xiaoping, diretta continuazione di quello di Zhou Enlai  e del loro terzo compagno e amico, Liu Shaoqi, alla base di quella rottura coi sovietici, molto più dei personalismi di Mao Zedong, sarà a fondamento della fortuna della Cina, trasformandola in quello che è oggi. I tre sono gli autori di quel gradualismo capace passo dopo passo di promuovere lo sviluppo produttivo e la crescita economica, hanno in mente l’Unione Sovietica, ma non quella di quegli anni ’60, già in crisi per un declino della produzione a fronte di un aumento dei salari, piuttosto quella dei primi piani quinquennali staliniani. È interessante come nel museo di storia di piazza Tien An Men nella costruzione del mito identitario nazionale, il tridente Deng Xiaoping-Zhou Enlai-Liu Shaoqi pareggi il mito fondatore maoista, che con saggezza profonda è stato sempre difeso in ragione della necessità della continuità storica, la sola capace di rendere grandi le nazioni, da rivendicare anche quando si compiano scelte diametralmente opposte a quelle dei propri predecessori. Lo storico italiano Luciano Canfora nello spiegare come le scelte di Stalin abbiano corretto gli errori organizzativi di Lenin e permesso all’Unione Sovietica di diventare la nazione industrializzata che ha dato il maggiore contributo nella vittoria contro il nazifascismo ricorda, nel libro “La storia falsa” (2008), che: “manipolando e tenendo a lungo celato il testamento di Lenin, Stalin nascose in realtà, per quanto possibile, la rottura che di fatto era intervenuta tra Lenin e lui. Il suo capolavoro (come quello di Deng rispetto a Mao) fu di fondare invece il proprio potere sul cardine della continuità: egli era ormai (si proponeva ormai come) l’erede, l’esecutore testamentario, il discepolo di Lenin. Dietro questa operazione, non del tutto arbitraria, non c’è solo l’abilità soggettiva (aiutata dalla frammentazione e inettitudine delle opposizioni): c’è anche il peso e il modello della cultura ecclesiale e imperiale bizantina, c’è il peso della storia.” Deng Xiaoping per altro utilizza Mao per archiviare Mao, ovvero dicendo che in lui vi erano sette decimi di ragioni e tre decimi di errori, la stessa valutazione utilizzata da Mao nei confronti di Stalin, sebbene nel 1981 il Partito Comunista Cinese chiarisca che l’opera di Mao fino al 1956 sia estremamente positiva, dalla fondazione del Partito alla nascita della Cina Popolare e ai suoi primi anni, mentre dopo quella data sia stata un cumulo di errori.

Il coraggio di Deng e la stupidità dell’Occidente imperialista

La storia di Deng Xiaoping attraversa tutto il Novecento ed è certamente tra le più avventurose del secolo. Si imbarca per la Francia a sedici anni nel 1920, operaio, aderisce alla Gioventù Comunista francese e dal 1922 è tra i promotori del Partito e della Gioventù Comunista Cinese in Francia. Perseguitato dalle forze dell’ordine per la sua attività politica, nel 1926 è a Mosca, studiando marxismo presso l’università per gli studenti orientali intitolata a Sun Yat-sen, a fine anno torna in patria e a soli ventidue anni ricopre importanti incarichi politici e militari, nei primi anni ’30 organizza la VII e l’VIII Armata dell’Esercito Popolare. Wang Ming tenta di mettere in minoranza Mao Zedong e Deng si schiera con questi, diventando di fatto commissario politico dell’Esercito Popolare e direttore del giornale “Stella Rossa”, partecipa alla Lunga Marcia e a tutte le tappe successive che portano alla nascita della Repubblica Popolare di Cina il 1° ottobre 1949. Dal 1956 è segretario generale del Partito Comunista Cinese e in questa veste partecipa al XX congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, alla riunione dei partiti comunisti di tutto il mondo l’anno successivo e a quella appunto del 1960 in cui guida la delegazione cinese ed è artefice della rottura coi sovietici. Tra le aberrazioni della Rivoluzione Culturale il suo arresto e la morte di Liu Shaoqi. Deng è liberato temporaneamente nel 1973, andando ad assolvere con incarichi economici e di governo, guida la delegazione cinese come vice-primo ministro all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 1974 e qui illustra la teoria dei tre mondi, che di fatto muta la politica internazionale cinese, il primo composto dalle due superpotenze in competizione per lo sfruttamento dei paesi più poveri, il secondo costituito dalle “forze medie alleate”, ovvero i paesi industrializzati come quelli europei, Giappone, Canada, Australia, Nuova Zelanda, il terzo infine rappresentato dei paesi meno sviluppati e non allineati, tra cui la Cina stessa, teorizzando una possibile quanto difficile alleanza riequilibratrice e antiegemonica tra il secondo e il terzo mondo. Nel 1975 riceve il presidente degli Stati Uniti Gerald Ford. Poi nel 1976, dopo la scomparsa di Zhou Enlai, per un anno è ancora emarginato, per poi essere richiamato nel 1977 con il pesante fardello di salvare il socialismo in Cina e dare a quella antica e importante nazione il ruolo che le compete nello scenario internazionale, in cui preliminarmente e con saggezza straordinaria Deng Xiaoping invita ad agire con discrezione senza mai mettersi  alla guida dei processi politici, ma contribuire per fare sempre la differenza, anche perché, ripeteva Deng, sarebbe venuto il tempo, per un nuovo e maggiore protagonismo della Cina e dei cinesi nel mondo. La teoria dei tre mondi è confermata nel luglio 1977 all’undicesimo Congresso del Partito Comunista Cinese, nel rapporto politico presentato dall’incolore successore di Mao, Hua Guofeng, che la descrive come la strategia globale rivoluzionaria del proletariato, rendendo merito a Deng Xiaoping per la sua elaborazione definitiva. Dagli inizi degli anni ’70 i cinesi d’altronde devono fare i conti con un’alleanza tattica e non strategica con gli Stati Uniti. Gli imperialisti statunitensi chiedono ai cinesi di compiere gesti  riprovevoli  a cui il governo di Pechino si presta con doverosa solerzia. Ecco allora l’aggressione contro il Vietnam socialista, , il riconoscimento del criminale e assassino governo di Augusto Pinochet in Cile, il viaggio di Hua Guofeng in Italia e Francia per convincere Mitterrand, Pertini e Craxi dell’urgenza d’installare contro i sovietici i missili di ultima generazione realizzati da Washington, richiesta confermata in un incontro bilaterale anche a un Enrico Berlinguer rimasto stralunato dalla pretesa – ai suoi occhi poco comprensibile – di questi marxisti-leninisti, lo stabilimento di relazioni diplomatiche ed economiche con lo Zaire di Mobutu, l’assassino di Patrice Lumumba. Altre volte le richieste sono meno gravose, i cinesi boicottano le Olimpiadi di Mosca, in verità declinando l’invito in ragione del fatto di dichiararsi non ancora preparati, mentre quattro anni dopo, quando sono i paesi socialisti a boicottare per le aggressioni statunitensi in America Latina, a partire dal Nicaragua, i giochi di Los Angeles, i cinesi si presentano iniziando un’ascesa che li porterà ai vertici dello sport mondiale. Queste scelte internazionali, così come l’accettazione nell’impiantare in territorio cinese fabbriche delle multinazionali statunitensi, negli anni dello sfrenato liberismo reaganiano in cui ricercare nel mondo manodopera a basso costo sembrava un dogma e un’idea vincente, ha fatto credere agli statunitensi di aver trovato nella Cina un docile e sottomesso alleato, a tutta conferma della loro ignoranza e della loro prepotenza da cowboys pronti a confondere il mondo con il loro cortile di casa, in cui saccheggiare materie prime energetiche e alimentari senza preoccuparsi del domani. Gli statunitensi non avevano capito nella loro ingenua arroganza che Deng Xiaoping, come tutti i comunisti cinesi, restava un antimperialista e un marxista. Deng Xiaoping infatti non ha mai smesso di essere un comunista, un cinese della Lunga Marcia, insieme alla dirigenza cinese ha capito, che occorreva non dissimulare o fingere, ma lasciare all’ “amico” imperialista la fallace presunzione del suo autoconvincimento, ben sapendo che il tempo e la storia avrebbero smentito gli eredi del Far West. Dalle fabbriche e dalle produzioni impiantate i cinesi imparano a conoscere la modernità produttiva e tecnologica, per rendersi presto totalmente autonomi, trasformando in breve tempo la cooperazione bilaterale in grande espansione industriale e infrastrutturale cinese, mentre l’Occidente e gli Stati Uniti in particolare ripiegavano demenzialmente sulla finanza improduttiva e speculativa. Un grande analista come Andrew Spannaus chiarisce: “seguendo questa strategia l’Occidente ha perso potere reale, mentre la Cina ne ha acquisito. Credere nel potere della finanza per dominare la politica mondiale è una grande illusione. Tra l’altro certamente non benevola, in quanto spesso significa permettere la distruzione di nazioni che cercano di tentare un’altra strada attraverso attacchi speculativi o programmi di aggiustamento strutturali imposti dal Fondo Monetario Internazionale.” Una nazione svilita, depredata, angariata dalle politiche di aggiustamento e ridotta alla miseria durante gli anni ’90 è stata la Russia, con cui gli occidentali in quegli anni si sono comportati peggio che con la Germania di Weimar a Versailles nel 1919. Anche in questo caso un misto di ignoranza e di arroganza ha permesso a Washington di non vedere e di non capire che non si sarebbe potuto ridurre a una colonia una nazione come quella russa con una storia, una tradizione, una cultura e un apparato militare di tradizioni secolari e fortificatisi con il socialismo, così quando a Mosca hanno deciso di salvare la patria e garantire il pane e un miglioramento della vita quotidiana al popolo, ponendo con Vladimir Putin un freno al saccheggio delle risorse naturali russe, ecco che dopo aver cercato di blandire il nuovo presidente, pensando di farne un servo come il suo predecessore Boris Eltsin, resisi tardivamente conto che quel tempo era finito, hanno pensato bene di aggredirlo con l’allargamento della NATO verso est, portando i cannoni ai confini con la Russia. Immaginare tuttavia che un uomo come Vladimir Putin si sarebbe intimorito o sarebbe rimasto a guardare imbelle questa spropositata aggressione è un altro dei segni della palese inettitudine dello stato profondo statunitense e degli apparati portati nelle stanze del potere dai gruppi Bush-Clinton-Obama. È agli albori del nuovo secolo che la Russia cementifica la sua relazione con la Cina e gli eredi di Deng Xiaoping, ben comprendendo come solo con i comunisti cinesi sia possibile realizzare la proposta di un mondo multipolare e di pace. L’Occidente si affretta allora maldestramente in una semplice attività propagandistica, ovvero dichiarando Cina e Russia due pericolosi regimi autoritari  in mano ovviamente a due dittatori come Vladimir Putin e Xi Jinping. I russi invece, forti delle loro passate capacità di ingegneria strategico – militare diventano i primi al mondo in campo missilistico (terra – terra, terra – aria, aria – terra, aria – aria), così come in quello dei sommergibili e dei relativi sistemi missilistici subacquei, mettendo questa tecnologia prima a disposizione della Cina, sempre più lanciata verso il primato economico e commerciale mondiale, ma ancora con qualche ritardo in campo militare, poi degli alleati nella costruzione di un mondo multipolare e di pace, a partire da Cuba, Iran e Venezuela, ma anche di altre nazioni come la Turchia che, ancorché formalmente membro dell’Alleanza Atlantica, anche grazie all’influenza di marxisti amici della Cina come Dogu Perinçek,  guarda con sempre maggiore attenzione verso Cina e Russia. Il controllo degli oceani e delle relative rotte commerciali è stata per un trentennio la chiave del primato dell’unipolarismo nella globalizzazione, ma Cina e Russia sanno che devono recuperare in questo campo e stanno provvedendo. Nel frattempo Xi Jinping, così come prima di lui Hu Jintao, rafforza il controllo pubblico sull’economia e sulla cultura, il carattere socialista dello stato, l’estensione dei diritti sociali per chi si è trasferito dalla campagna alla città.

Superare gli eccessi della Rivoluzione Culturale, avanzare nelle riforme

Vale la pena ripercorre brevemente le tappe di questo primato cinese, forgiato con intelligenza ed enormi capacità da Deng Xiaoping. Nel 1978 il terzo plenum dell’XI congresso del Partito avvia le politiche di riforma e di apertura, sancendo la necessità, centrale per Deng, di promuovere lo sviluppo delle forze produttive. In quelle circostanze si recupera l’articolo di tre lustri precedente in cui Deng Xiaoping ha affermato che “non importa se il gatto sia nero o sia bianco, l’importante è che prenda i topi”. Ogni sforzo è indirizzato allo sviluppo delle forze produttive, perché la socializzazione della povertà  non è marxista e porta solo al tracollo di una nazione. L’idea è al contempo semplice e dirompente: per essere una società felice e prospera la Cina avrebbe avuto bisogno di essere una società in cui lo sviluppo economico diventasse il cuore dell’azione politica, perché il socialismo è antitetico alla miseria, un concetto marxianamente elementare, eppure la sua applicazione in Cina è stata il più sconvolgente avvenimento storico del XX secolo dopo la Grande Rivoluzione d’Ottobre. Allo stesso tempo è questa l’occasione in cui si rilanciano le “quattro modernizzazioni”, che riguardano i campi dell’agricoltura, del settore scientifico-tecnologico, dell’industria e della difesa nazionale, i cui primi teorizzatori sono stati nel 1954 Zhou Enlai, nel 1964 Hu Yaobang, nel 1975 Hua Guofeng, ma solo Deng Xiaoping ne struttura concretamente il processo applicativo. Nel 1979 a una riunione del Comitato Centrale dedicata al lavoro teorico, Deng Xiaoping spiega, oltre ai danni portati dalla rovina sociale ed economica rappresentata dal decennio della Rivoluzione Culturale, che: “dalla fondazione della Repubblica Popolare abbiamo ottenuto successi marcati nella costruzione economica, istituito un sistema industriale abbastanza integrato e formato un contingente di personale tecnico. Dalla Liberazione al 1978 il tasso di crescita annuo dell’industria e dell’agricoltura è stato piuttosto elevato se lo si compara ai tassi medi registrati sul piano mondiale, tuttavia a causa del basso punto di partenza, la Cina è ancora uno dei paesi più poveri del mondo e le nostre forze scientifiche e tecniche sono lontano dall’essere adeguate. In generale abbiamo un ritardo di diversi anni rispetto ai paesi avanzati nello sviluppo della scienza e della tecnologia.” Queste affermazioni non solo sono veritiere, ma sono di straordinaria forza e lungimiranza, perché indicano la direzione da intraprendere. Il grande statista non prende neppure in considerazione il mondo sovietico, la cui obsolescenza produttiva e tecnologica, ad esclusione di quella militare, era di sconcertante evidenza agli occhi di tutti, ma piuttosto indica al Partito Comunista Cinese e a tutto il popolo di quella grande nazione socialista la necessità, proprio per proseguire nel cammino marxista, di sviluppare con più determinazione le forze produttive ed anche, fattore essenziale per il successo della Cina, agire con risolutezza per rendere il paese il primo al mondo nello sviluppo scientifico e tecnologico, un obiettivo raggiunto al compimento del primo quinto del XXI secolo, frutto di una volontà e di un impegno strepitosi, forse inimmaginabili se paragonati alla generale arretratezza dei paesi legati all’Unione Sovietica, in cui i registratori di cassa non han mai sostituito i pallottolieri di legno e in cui, ad esclusione di qualche timido sviluppo in DDR, l’informatica non è stata oggetto di ricerca e innovazione. La Cina è invece oggi la prima potenza tecnologica del pianeta, prima anche nella elaborazione e creazione legata all’intelligenza artificiale.

Costruire il socialismo analizzando le caratteristiche nazionali

Il 1° settembre 1982 Deng Xiaoping tiene il discorso di apertura al XII Congresso nazionale del Partito Comunista Cinese: “Nel portare avanti il nostro programma di modernizzazione dobbiamo partire dalla realtà cinese. Sia nella Rivoluzione che nell’edificazione dobbiamo anche imparare dagli altri paesi a trarre profitto dalle loro esperienze, ma il copiare e applicare meccanicamente le esperienze straniere non ci porterebbe da nessuna parte. Abbiamo avuto molte lezioni a questo proposito. Noi dobbiamo integrare le verità universali del marxismo con la realtà concreta della Cina, aprire una nostra strada e costruire un socialismo cinese, è questa la conclusione fondamentale cui siamo giunti facendo il bilancio di una lunga esperienza storica. Nessun paese straniero può attendersi che la Cina sia un suo vassallo, né può attendersi che la Cina accetti qualcosa che va a danno dei propri interessi. Noi continueremo a seguire senza esitazione la politica dell’apertura al mondo esterno e accrescendo attivamente gli scambi con gli altri paesi sulla base dell’ eguaglianza e del mutuo beneficio, ma al tempo stesso dobbiamo restare lucidi e resistere fermamente alla corrosione da parte delle idee decadenti che vengono dall’estero, non permetteremo in alcun modo che nel nostro paese si diffonda un modo di vita borghese. Noi cinesi abbiamo la nostra dignità e il nostro orgoglio nazionale, consideriamo che amare la nostra Patria socialista e dare tutto per essa e per la sua costruzione socialista sia il massimo onore e che sia la massima disgrazia nuocere agli interessi della Cina, alla sua dignità e al suo onore. Gli anni ‘80 saranno importanti nella storia del nostro Partito del nostro stato: i tre compiti più importanti per il nostro popolo sono accelerare la modernizzazione socialista, lottare per l’unificazione facendo tornare Taiwan alla madrepatria, opporsi all’egemonismo (ovvero la preponderanza internazionale sovietico-statunitense n.d.r.) e difendere la pace mondiale. L’edificazione economica è tra questi compiti quello centrale, è la base per la soluzione dei nostri problemi nel mondo e al nostro interno, per un lungo periodo, almeno per i diciotto anni che mancano alla fine del secolo, dobbiamo consacrare ogni sforzo principalmente nel ristrutturare l’amministrazione nell’economia e far sì che i nostri quadri siano più rivoluzionari, più giovani, più istruiti, più competenti sul piano professionale. Solo la crescita economica potrà garantire una società socialista avanzata sul piano ideologico e culturale.” Quindi esorta il Partito a “seguire il proprio percorso e costruire un socialismo con caratteristiche cinesi”, ovvero avvia un processo epocale attraverso cui il Partito Comunista Cinese, mantenendo il controllo totale non solo sulla politica (a cui invece rinunciavano le diasastrose riforme di Gorbaciov in Unione Sovietica) ma su tutta l’economia dell’immenso paese e in mano pubblica l’intera proprietà dei mezzi di produzione, delle aziende, delle banche, responsabilizza i comitati di fabbrica perché provvedano autonomamente alla produzione e commercializzazione, con la piena facoltà di stabilire una dirigenza meglio remunerata, a cui si conceda il diritto di beneficiare di una parte degli utili, a patto che si garantisca prioritariamente un miglioramento delle condizioni di vita costante e proporzionale con la crescita degli utili stessi delle masse lavoratrici. In uno dei suoi ultimi discorsi, nel 1991, Deng Xiaoping ha ammonito il Partito e i cinesi a “non identificare l’economia pianificata con il socialismo e quella di mercato con il capitalismo, perché pianificazione e regolazione tramite il mercato sono entrambi mezzi per controllare l’attività economica”, ovvero indica la strada corretta nello sviluppo controllato delle forze produttive e nel totale rifiuto della deregolamentazione capitalistico – consumistica, che persegue i massimi profitti contro i diritti e i salari dei lavoratori, portando alla prevalenza della finanza speculativa sulla produzione manifatturiera, d’altronde già nel 1984 aveva spiegato ai funzionari governativi di Shenzen, dopo aver constatato con entusiasmo gli strepitosi successi economici della città in una sola manciata di anni: “La proporzione fra pianificazione e forze di mercato non è la differenza essenziale tra socialismo e capitalismo. Un’economia pianificata non è l’equivalente del socialismo, perché c’è della pianificazione anche nel capitalismo, una economia di mercato non è capitalismo, perché esistono mercati anche nel socialismo. La pianificazione e le forze di mercato sono strumenti di controllo dell’attività economica, l’essenza del socialismo è la liberazione e lo sviluppo delle forze produttive, l’eliminazione dello sfruttamento e della polarizzazione fra classi sociali e il conseguimento ultimo della prosperità per tutti.”

Così l’uomo del gatto, ovvero dello sviluppo delle forze produttive antitetiche alla socializzazione del poco che spesso diventa miseria, della teoria tattica dei tre mondi e dell’implementazione marxista delle quattro modernizzazioni del suo paese, ha applicato con lucido rigore una politica che, iniziata nel Novecento, si è fatta manifestamente concreta ed evidente in quello successivo, quello attuale. Il pensiero e l’operato di Deng Xiaoping, ancorché poco riconosciuti dagli storici occidentali, hanno inciso e determinano la storia recente e presente del mondo più di qualsiasi altro pensiero o teoria. Il suo operato è riuscito, da autentico gigante, ad abbracciare due secoli. A Deng Xiaoping, succederà Jiang Zemin, promotore della teoria delle tre rappresentanze, che ricorda come il potere e la forza del Partito Comunista Cinese derivino dal fatto che esso sia in grado di rappresentare le esigenze delle forze produttive più avanzate del paese, di dare voce ai più avanzati orientamenti culturali e di garantire gli interessi dei più ampi strati della popolazione, nel solco dell’evoluzione del marxismo-leninismo, del pensiero di Mao Zedong e della teoria di Deng Xiaoping. La Cina, oggi prima potenza economica e commerciale del pianeta, si trova nella fase iniziale del socialismo, come confermano le parole e le azioni dei due successori di Jiang Zemin, ovvero Hu Jintao dal 2002 al 2012 e da allora Xi Jinping, deve quindi procedere nello sviluppo economico, sola garanzia di un crescente benessere per l’intera popolazione cinese, avviata a diventare di un miliardo e mezzo di persone in un mondo a breve di oltre otto miliardi di donne e uomini, perché i cinesi, totalmente estranei alla mentalità di rapina delle materie prime energetiche e alimentari praticata dall’Occidente, seguono il fondamentale precetto antico-cinese secondo cui solo il miglioramento delle condizioni di vita dell’intera umanità – da qui i progetti bilaterali di cooperazione con nazioni di Africa, Asia e America Latina – potrà garantire la costante crescita e preminenza della Cina. A tal proposito Jiang Zemin all’incontro dell’APEC in Messico nel 2002 ha affermato: “Nonostante i tanti problemi che la comunità internazionale si trova ad affrontare e quelli che ancora sorgeranno inaspettatamente in futuro, non si può cambiare la corrente della storia che vuole pace e sviluppo, né i popoli di tutto il mondo cambieranno il loro desiderio di una vita migliore. Ovunque vivano le persone, desiderano una pace durevole e un pianeta che goda di prosperità universale e di uno sviluppo sostenibile.” Hu Jintao nel 2008 ha ribadito: “Solo sostenendo le riforme, le aperture e lo sviluppo potremo mettere al primo posto le persone e promuovere l’armonia.” L’attuale presidente Xi Jinping, pur nel complesso scenario internazionale, è pienamente consapevole di dover procedere nella strada tracciata da Deng Xiaoping, perché al gigante del Sichuan si deve l’incommensurabile merito, attraverso la crescita economica cinese, di aver resto concreto e possibile e non astrattamente teorico il perseguimento dell’armonia e della prosperità, necessari al popolo cinese per costruire il suo futuro e in prospettiva capaci di rappresentare, nel pieno rispetto dell’identità e delle specificità di ogni nazione del mondo, la strada più sicura per un mondo multipolare e di pace.

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