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Modrow e la fine della DDR e dell’Unione Sovietica

di

Davide Rossi

Hans Modrow, capo del governo della DDR dal 13 novembre 1989 al 12 aprile 1990, ma già prima dal 1967 al 1989 membro del Comitato Centrale della SED – il Partito Socialista Unificato – e dal 1973 al 1989 segretario del partito a Dresda, è persona di vasta cultura e certamente un protagonista della storia del Novecento. Leggere le sue memorie: “La perestrojka e la fine della DDR”, scorrevoli e chiare, editate meritoriamente da PGRECO, è, per chiunque abbia vissuto quegli anni o voglia capirli, davvero avvincente, non a caso il sottotitolo, sgomberando il campo da tanta retorica anticomunista profusa da tutti i media occidentali, sottolinea, anche forse un poco polemicamente, “come sono andate veramente le cose”.

Il libro è ricco di dettagli e di informazioni, tuttavia alcuni elementi balzano subito in evidenza, dapprima il pressapochismo, la dabbenaggine e l’inettitudine di Michail Gorbačëv. Ci sono studi straordinariamente approfonditi, tra i più interessanti quello dello storico statunitense Allen C. Lynch, che spiegano con esattezza quanto negli stessi anni Deng Xiao Ping abbia, da marxista, rilanciato la Cina mortificata dalla Rivoluzione Culturale, facendone la prima potenza planetaria, ovvero dimostrando la poderosa efficienza di un sistema socialista e come invece Gorbačëv le abbia sbagliate tutte, portando al collasso un sistema in enorme difficoltà. Quando Gorbačëv afferma “un problema è che non abbiamo an­cora trovato nel nostro sistema gli strumenti e i processi necessari per risolvere i problemi” viene quasi da sorridere, se non fosse che la sua dissennata politica ha distrutto e gettato in miseria per almeno un decennio tutti i popoli sovietici e messo in ginocchio negli stessi anni l’Europa Orientale.

Ricorda Modrow: “A metà degli anni Ottanta la DDR era in bancarotta e sopravvive­va solo grazie ai prestiti miliardari dell’Occidente. Chi ci aveva con­dotto a questo punto non era il nemico di classe (sebbene ci rendesse l’esistenza costantemente difficile), quanto, soprattutto, politiche economiche e sociali sbagliate. In questo senso, tutti i paesi sociali­sti erano simili.”

Le pagine di Modrow ci spiegano come la produttività sovietica già scarsa, al pari dei suoi alleati, sia crollata nel quadriennio 1985 – 1989, mettendo i sovietici in quell’89 nella condizione di accettare in cambio di derrate alimentari qualsiasi richiesta dell’Occidente. Una capitolazione indecorosa che ha segnato la fine della Guerra Fredda e la sconfitta del campo sovietico. Dopo Stalin, il disastro cruscioviano ha visto aumentare i salari per mantenere il consenso seppur a fronte di un calo della produttività, errori grossolani e macroscopici, commessi in Unione Sovietica come negli altri paesi socialisti, poi il ventennio brezneviano ha imbalsamato la situazione per essere scongelata, nel modo peggiore, sotto Gorbačëv, che invece di ristrutturare l’economia, incentivando la produzione e il lavoro, ha preso a blaterare di democrazia e di diritti individuali, scimmiottando l’Occidente e rinunciando a leggere – come gli rimprovera Modrow – le relazioni internazionali nella loro dinamica di classe, ovvero nella contrapposizione tra capitalismo e socialismo. La visione irenica di Gorbačëv, la sua idea affascinante, ma totalmente priva di realismo, di una composizione pacifica tra ideologie e sistemi, si dimostrava, come poi è stato, estranea a qualsiasi concreta prospettiva, portando alla vittoria temporanea, ma strombazzata dai vari Bush e Kohl come definitiva, del capitalismo.

Così nel biennio 1990 – 91 la storia prende, grazie a Gorbačëv, una clamorosa sbandata, il sistema sovietico e i paesi socialisti dell’Europa orientale capitolano, la DDR, la Germania socialista costruita con tanta fatica da donne e uomini antifascisti, usciti dalla prova della battaglia antinazista, da scrittori come Bertolt Brecht e Anna Seghers, veniva non unificata, ma annessa, con una brutalità che distruggeva i diritti dei lavoratori, delle donne incinte, dell’aspirazione a un futuro. Il sorriso festante di alcuni sul Muro di Berlino era l’altra faccia di tante persone chiuse nelle loro case con il foglio di disoccupazione, di pensionati ridotti in miseria, mentre il nuovo stato tedesco prendeva a cuore il diritto alla pensione rivendicato dai reduci delle SS estoni, lettoni e lituani, ora divenuti cittadini di nuovi stati indipendenti. Calpestata la dignità delle persone, si immaginava di comperarla con qualche marco convertibile, trent’anni dopo il voto alla Linke, che raccoglie a suo modo e in parte l’eredità della DDR, e purtroppo anche alla formazione della destra AFD, dimostra in ogni caso che la retorica dell’unificazione è buona sola per chi si accontenta di superficiali banalità.

Allora a poco sono valse a Gorbačëv le raccomandazioni di Valentin Falin, capo delle relazioni internazionali del Partito Comunista dell’Unione Sovietica: “L’Occidente ci sta accollando il peso dell’annessione della DDR. Questo avrà del­le pessime conseguenze. La fusione meccanica di due economie pro­fondamente diverse darà senza dubbio origine a conflitti sociali e ad altri problemi di natura strutturale. Tutti i costi morali e politici saranno attribuiti all’Unione Sovietica e alla DDR. Il trasferi­mento delle norme giuridiche da uno stato a un altro renderà illegale tutto ciò che nel corso di quarant’anni è avvenuto in DDR.” Infatti la terra è tornata ai latifondisti eredi dei nazisti che ne erano proprietari fino al 1945 e chi aveva dato quella terra ai contadini, ovvero i comunisti, è finito sotto processo, giusto per far intendere rapidamente che cosa sia lo stato liberale. D’altronde è impossibile, ricorda Modrow, contenere “lo smisurato desiderio del capitale mondiale di riprendersi ciò che aveva perduto”. In un altro incontro tra Falin e Modrow, i due amici constatano amareggiati che si era dato “campo libero a ogni possibile ritorsione. I dirigenti della DDR sarebbero stati giudicati non secondo le leggi della DDR ma in base ai nuovi standard morali e al sistema giudiziario della Repubblica Federale, applicando retroattivamente le sue leggi agli ex cittadini della DDR. Questo andava contro ogni diritto internazionale. E il riferimento al tribunale per i crimini di guerra di Norimberga era ridicolo e non avrebbe sopportato alcun esame serio perché, in quanto stato so­vrano, la DDR non aveva mai violato il diritto internazionale.” Tutto ragionevole, ma non per la giustizia dei vincitori, così Erich Honecker, dopo dieci anni di carcere nazista dal 1935 al 1945, finisce sotto processo nella “libera” Germania unificata.

Intanto, mentre Deng e la Cina realizzavano quella intensificazio­ne della produzione e quella rivoluzione tecnico-scientifica che Gorbačëv mai aveva iniziato, perché mai vi aveva prestato la minima attenzione, tutto proteso in declamatorie prediche sulla libertà che avevano avuto come risultato solo quello di far passare nel giro di pochi anni i mezzi di informazione sovietici sotto il controllo del fronte interno anticomunista, l’Occidente si dilettava nel denigrare non solo le conquiste sociali del socialismo, ma anche la storia della scienza sovietica, affermando che “i contributi innovativi dell’U­nione Sovietica all’economia mondiale si ridurrebbero al samovar e alla matrioska.” Al che il giusto disappunto di Modrow lo porta a scrivere: “Che cosa dire allora dello Sputnik, di Gagarin oppure della Mir, la prima stazione spaziale con equipaggio, utilizzata per decenni anche dai ricercatori occidentali?” Tuttavia l’arroganza dei vincitori non ammette repliche. Crollata la DDR è la volta dell’Unione Sovietica. “Il fatto che i sovietici abbiano voltato le spalle a Gorbačëv è do­vuto da un lato alla naturale propensione di un popolo a non far­si ingannare, che non può essere tenuta a freno per troppo tempo, dall’altro al fatto che i frutti della sua politica furono visti prima come troppo acerbi e poi, quando fu evidente che si trattava solo di vuote promesse, come già marci. L’immagine di Gorbačëv come grande personaggio della storia mondiale faceva certo bene al suo ego ma non dava da mangiare alla gente.” Pochi mesi prima dal suo crollo l’Unione Sovietica, la seconda potenza mondiale, era diventata, constata amaramente Modrow, una repubblica delle banane, in cui confusione, miseria e disorganizzazione serpeggiavano a ogni livello. La drammaticità della situazione ha permesso a Eltsin di farsi portavoce della “democrazia occidentale” e di ridurre la storia dell’Unione Sovietica e del socialismo a una serie di errori e di crimini. Il 25 dicembre 1991 lo scioglimento dell’Unione Sovietica e la bandiera rossa ammainata mestamente sulla piazza Rossa sono solo il tragico epilogo di una politica irresponsabile e incapace di affrontare le sfide che si era trovata di fronte. Cala il sipario anche su Gorbačëv, stampella vincente dell’Occidente nella Guerra Fredda e affamatore dei popoli sovietici e degli altri stati del campo socialista, ricorda causticamente Modrow: “la perestrojka, che lui aveva iniziato, era finita, come anche questa forma di socialismo. Ora ci sarebbero state solo scaramucce durante la ritirata, saluti di commiato e un funerale di terza classe.” A Berlino e Mosca arriva la “libertà”, ma, constata Modrow, “ci siamo presto resi conto che benché in Occidente fosse sulla bocca di tutti, nella vita reale non aveva un grande significato.”

Il solo limite di questo scritto, per altro del 1998, è che è diretto al pubblico europeo, massimamente tedesco, quindi accetta l’idea che la fine del campo socialista legato all’Unione Sovietica abbia coinciso con il tramonto di una prospettiva storica socialista, sebbene questa resti negli auspici dell’autore. Le vicende dei venti anni successivi invece ci hanno detto che la Cina socialista è la prima potenza economica e militare del pianeta, capace di agire per un mondo di pace e multipolare e che la Russia, emancipatasi dagli errori sovietici e liberatasi dalla miserevole politica di asservimento neocoloniale imposta da Eltsin, ha percorso grazie a Vladimir Putin, agente di sicurezza nella Dresda di Modrow, che certamente ha conosciuto e apprezzato, un cammino di rilancio e di costruzione di una società partecipata, in cui le donne e gli uomini possano sentirsi fieri di essere parte, con garanzie sociali scomparse negli anni ’90 e un posizionamento internazionale chiaramente dichiarato a fianco dei cinesi, contro i residui dell’unipolarismo di matrice statunitense sempre più asservito agli interessi delle multinazionali speculative e finanziare.

La storia della DDR e del campo sovietico molto probabilmente sarebbe finita anche se non avesse avuto l’inetto Gorbačëv – con le parole di Modrow – come “becchino”, perché lo sforzo di rinnovamento economico e produttivo, come ha dimostrato la Cina, sarebbe dovuto essere titanico. Tuttavia l’alternativa a un mondo liberale e liberista è in piena costruzione e le donne e gli uomini come Hans Modrow, che hanno creduto e lottato tutta la vita per l’eguaglianza, ne possono essere orgogliosi.

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