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Alpa Shah racconta i naxaliti

di

Davide Rossi

 

Credenze, tradizioni ancestrali e uguaglianza marxista, ragazze di quattordici e quindici anni che nella lotta armata trovano un’alternativa ai matrimoni per loro prestabiliti dai genitori. Coraggio e rigidità della militanza, slancio che supera ogni personalismo e scontro con una realtà che stritola i sogni. Tutto questo e molto ancora si trovo nel pregevole resoconto antropologico, storico, etnografico e politico realizzato da Alpa Shah in Marcia Notturna edito da Meltemi. Siamo nell’India di oggi, violentata quotidianamente da un potere politico che dell’abominio razzista delle caste fa il presupposto per il perpetrarsi di uno sfruttamento dell’uomo sull’uomo funzionale al sistema capitalistico. Sono i maoisti naxaliti, giustamente anti-gandhiani in ragione della compromissione di Gandhi con i razzisti sudafricani prima e gli inglesi nel ’47 in accordo con loro per impedire la vittoria elettorale dei comunisti. I combattenti vivono nel cuore delle foreste e promuovono la speranza, certo a volte contraddittoria, come la lotta armata che conducono, per un radicale cambiamento della realtà indiana. La studiosa spiega: “Uno dei principali motivi per cui il maoismo in quan­to idea si diffuse così ampiamente nella maggior parte del Sud del mondo, in confronto ad altre forme di movimenti sociali di sinistra, fu forse la teorizzazione di Mao circa il ruolo delle masse contadine nel processo di cambiamento ri­voluzionario. Forme precedenti di marxismo identificavano nel proletariato, classicamente rappresentato dall’operaio di una disumanizzante fabbrica urbana, la classe autenticamen­te rivoluzionaria che avrebbe inaugurato una società senza classi. E anzi esse ritenevano che le masse contadine fossero una forza reazionaria destinata a scomparire dalla storia in quanto, una volta sradicate dalle loro terre di origine, avreb­bero ingrossato le file del proletariato urbano. Mao sovvertì questa concezione data per scontata, e vide nelle masse al lavoro nelle campagne il soggetto storicamente in grado di guidare la rivoluzione. Nel contesto storico di molte nazioni, che non sembrava prevedere l’industrializzazione di massa e la formazione di un proletariato, il maoismo permise a una ampia fascia del Sud del mondo di diventare il potenziale messaggero del cambiamento sociale rivoluzionario. Oltre che per questa enfasi sulle masse contadine, il maoi­smo in quanto idea divenne inoltre popolare per almeno due altre ragioni. Innanzitutto perché Mao considerava il capita­lismo inestricabilmente collegato all’imperialismo straniero e di conseguenza teorizzò che qualsiasi cambiamento rivolu­zionario sarebbe stato inconcepibile senza una mobilitazione a livello mondiale delle forze del socialismo contro quelle dell’imperialismo. Fu questo a rendere Mao così immedia­tamente rilevante per i molti che si opponevano al coloniali­smo, a capo dei movimenti anti-coloniali contro le nazioni im­perialiste; oppure impegnati a sviluppare una critica contro le loro stesse élite che ritenevano alleate con le forze coloniali. Secondariamente, il maoismo contribuì alla comprensione di un’ampia serie di condizioni e problemi locali attraverso quel metodo politico, organizzativo e di governo che Mao chia­mò la “linea di massa”, secondo la quale era fondamentale la consultazione delle masse, nonché l’interpretazione e inclu­sione delle loro indicazioni in una prospettiva rivoluzionaria. “Dalle masse alle masse”, come tale linea venne sintetizzata, si basava sull’analisi delle condizioni della popolazione, sulla comprensione partecipe delle sue rivendicazioni, sulla raccol­ta delle sue proposte e sulla formulazione di un piano d’a­zione fondato sulle esigenze che erano state individuate, alla luce degli obiettivi della rivoluzione. L’implicazione era che il maoismo poteva diffondersi in modi diversi in diverse parti del mondo, sulla base delle condizioni locali senza per forza assomigliare al maoismo di altre parti del mondo – o, nello specifico, al maoismo che era stato in Cina.” La durissima vita dei guerriglieri appare difficile da comprendere a noi occidentali, non alla studiosa: ““il sacrificio sembrava esse­re l’elemento fondamentale per mantenere vivo il sogno di una comunità umana ideale. Considerato un tempo come un modo per placare e ingraziarsi gli dei, verso la fine del XIX secolo alcuni studiosi suggerirono che nel sacrificio ci fosse qualcosa di più, oltre all’offerta di doni alle divinità. Sebbe­ne analizzato principalmente in contesti religiosi, il sacrificio cominciò a essere interpretato come un modo cruciale a disposizione dei comuni mortali per mettersi in comunicazione con un mondo percepito come sacro e per l’appunto altro, da cui trarre la forza necessaria per sopportare il peso della quotidianità, considerata prosaica, transitoria, ordinaria. Secondo questa chiave di lettura, ecco che il sacrificio di­venta una forza superiormente creativa, che ci permette di trascendere e superare l’ordinarietà del mondo in cui viviamo: di unire le forze nell’immaginazione di un mondo diverso, il regno dello straordinario, da cui attingere nuova vita e respiro per la rigenerazione di ciò che è qui e ora. Coloro che si offro­no in sacrificio riescono a creare nuove forme di solidarietà tra di loro, e sulla base di quell’idea di straordinario mondo futuro che a sua volta diventa la spinta per costruire quella utopica comunità umana immaginaria già nel presente.”  Il sogno del futuro ha tuttavia radici antiche ed anche se un po’ forzatamente sottratte ai loro lavori, per la Giornata Internazionale dei Diritti delle Donne le abitan­ti dei villaggi delle più remote foreste dell’India centrale e orientale vengono raccolte intorno a un fuoco per ascoltare discorsi in cui si ci si dichiara eredi della teorica e attivista marxista tedesca Clara Zetkin, promotrice della prima Giornata Internazionale della Donna nel 1911. Dopo il passato, il presente, con il giuramento delle donne “circa la necessità di combattere la società capitalista americana e impegnarsi per migliorare le condizioni della gente comune” e poi “la denuncia della crisi economica indiana, che causava il licenziamento di tante donne e l’ulteriore peso che ciò comportava per la loro condizione anche a casa e concludeva con il commento circa i casi di stupro e uccisione di donne accusate di essere maoiste.”

Un libro affascinante che è un saggio e si legge come un romanzo, con la consapevolezza di non trovarsi di fronte a strampalate fantasie, ma alla concreta, dolorosa, eroica e appassionata scelta di lotta compiuta da un gruppo che esplicita le contraddizioni della nazione in cui vive.

 

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