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Pjatakov, Trotskij e gli altri, quando il trotskismo diventò antisovietico

di

Davide Rossi

“Il volo di Pjatakov. La collaborazione tattica tra Trotskij e i nazisti” (Pgreco), quasi seicento pagine, è un libro di storia avvincente come un romanzo e documentato e approfondito come deve essere un saggio storico, scritto da tre autori, Daniele Burgio, Massimo Leoni e Roberto Sidoli, radicati in una visione sinceramente antifascista, che hanno trovato da tempo nella forma divulgativa e accessibile a tutti la loro cifra stilistica.

Il bolscevico ucraino Georgij Leonidovič Pjatakov ha ventisette anni la notte della Rivoluzione d’Ottobre e dopo aver contribuito allo sviluppo dell’industria pesante sovietica, verrà condannato a morte nel 1937 per concrete e appurate responsabilità, come dimostrano i documenti riportati nel libro e reperiti per primo negli archivi Trotskij di Harvard a metà degli anni ’80 del passato secolo dallo storico statunitense John Archibald Getty, professore all’Università della California di Los Angeles.

Lev Davidovič Bronštejn detto Trotskij, l’uomo che in modo sanguinario ma efficace aveva vinto la guerra civile contro le forze reazionarie e che aveva dato, ancor prima, nel 1917 un contributo fondamentale per la vittoria della Rivoluzione bolscevica, con il capillare controllo della città di Pietrogrado, da lui realizzato attraverso il controllo dei Soviet dei lavoratori e dei militari, nel momento della sua espulsione dall’Unione Sovietica nei primi anni ’30 aveva iniziato a identificare nel potere sovietico un nemico da abbattere e rovesciare al pari degli altri poteri borghesi e fascisti del tempo. È evidente che se fosse riuscito in questo suo proposito, accecato dalla sua avversione contro Josif Stalin, il destino dell’Europa avrebbe potuto essere tragicamente diverso. Per fortuna le azioni sabotatrici e i tentativi di omicidio di Stalin, come quello progettato dal trotskista Valentin Olberg, già infiltrato nella KPD tedesca, non hanno avuto successo e l’Unione Sovietica guidata da Stalin ha assicurato la definitiva sconfitta del nazifascismo con la liberazione di Berlino il giorno della Vittoria che ancora viene festeggiato ogni anno il 9 maggio nella capitale tedesca al parco di Treptow e in tutte le città un tempo sovietiche, da Kalliningrad a Vladivostok.

Tra le azioni anticomuniste orchestrare da Trotskij, anche i contatti con Karl Radek all’inizio del 1932 e il volo di Pjatakov compiuto nel dicembre del 1935 dalla Berlino allora nazista fino all’aeroporto norvegese di Kjeller, con tappa nella cittadina svedese di Linkoping, a metà strada tra Goteborg e Stoccolma. Kjeller dista venti chilometri da Oslo e ottanta da Honefoss, cittadina norvegese nella quale trova asilo politico dal giugno 1935 all’agosto del 1936 proprio Trotskij. Tra le quattro casette di Kjeller, Pjatakov, viceministro sovietico, incontra Trotskij.

Da tutta questa triste storia si evince che le falsità abilmente propagandate in Occidente da Lev Sedov, il figlio di Trotskij, con il suo “Libro rosso sui Processi di Mosca”, editato a Parigi nel 1937, sono un’accozzaglia propagandistica ben distante dalla realtà. Tra l’altro Sedov era in costante contatto con Valentin Olberg e molti altri trotskisti che dall’interno e dall’estero provavano malauguratamente a distruggere l’Unione Sovietica.

La mole di documenti presentata dagli autori conferma che i processi di Mosca del 1937 non sono stati una farsa dettata da una volontà di egemonia politica, ma la necessaria risposta dello stato sovietico a un progetto di sovversione che, nella sua foga antistaliniana, non si rendeva contro che avrebbe portato alla catastrofe non solo della prima nazione socialista della storia, ma avrebbe creato le premesse per impedire la formazione di quella potenza militare e ideologicamente orientata che ha fortunatamente annientato il nazifascismo.

Il libro documenta inoltre come Trotskij e il suo avvocato difensore Albert Goldman, nel corso dei dibattimenti della commissione Dewey, istituita in quello stesso 1937 negli Stati Uniti per scagionare Trotskij dalle accuse emerse nei processi di Mosca, abbiano manipolato l’intervista rilasciata a un quotidiano laburista norvegese dal dottor Gulliksen, allora direttore dell’aeroporto di Kjeller.

La sorte di chi tradiva la patria sovietica non poteva certo essere sconosciuta a Pjatakov che era stato amico e collaboratore di Feliks Dzeržinskij, tanto nel progetto di indirizzamento dei prigionieri comuni e di quelli politici nel processo di edificazione delle infrastrutture necessarie per lo sviluppo economico sovietico, quanto dal 1923 in veste di vicepresidente del VSNCh, il Consiglio Superiore dell’Economia Sovietica.

“Il volo di Pjatakov. La collaborazione tattica tra Trotskij e i nazisti” è un libro terribile e avvincente, tragico, veritiero e necessario. Un tassello importante nella demistificazione del mito antistalinista che tanti guasti ha portato al movimento progressivo mondiale.

 

 

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