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Martin Lutero, l’uomo del Medioevo che contribuisce alla modernità

 

di

Davide Rossi

 

 

 

Il passato rivoluzionario della Germania è teorico: è la Riforma. Allora la rivoluzione ebbe inizio nella testa di un monaco, oggi in quella di un filosofo. Lutero, invero, vinse la servitù per devozione sostituendovi la servitù per convinzione. Egli ha spezzato la fede nell’autorità, restaurando l’autorità della fede. Egli ha trasformato i preti in laici, trasformando i laici in preti. Egli ha liberato l’uomo dalla religiosità esteriore, facendo della religiosità l’interiorità dell’uomo. Egli ha svincolato il corpo dalle catene, incatenandone il cuore. Ma se il protestantesimo non costituì la vera soluzione, diede tuttavia origine a una giusta formulazione del problema. Non si trattava più della lotta del laico contro il prete, ossia contro qualcosa di esterno, bensì contro il suo proprio prete interiore, contro la sua natura pretesca. E se la metamorfosi protestante dei laici tedeschi in preti ha emancipato i papi laici, ossia i principi con il loro clero, i privilegiati e i filistei, la metamorfosi filosofica dei preti tedeschi in uomini emanciperà il popolo.

Critica della filosofia del diritto di Hegel

Karl Marx

 

 

L’Umanesimo e il Rinascimento guardando al mondo e all’uomo e perdendo di vista il cielo e il divino, incoraggiati dalle conquiste e dallo sfruttamento coloniale degli altri continenti, grazie a vele capaci di solcare gli oceani e a cannoni in grado di annientare le resistenze dei popoli, opera una modernità strutturale, un radicale cambiamento che chiude il Medioevo, portando all’esaurimento dei ristretti rapporti intra – europei, marginali rispetto alla grandezza delle altre civilizzazioni di quel tempo, Bagdad, Pechino e Costantinopoli sono intorno al mille e pure ai tempi di Dante le prime città del mondo, per numero di abitanti e sviluppo culturale, architettonico, scientifico, per non dire dei popoli amerindi. L’evo Moderno si inaugura con la debordante depredazione compiuta dagli europei ai danni del resto della terra, una modernità che, pur con i successivi sviluppi, cambiamenti e passaggi storici, non ha ancora avuto conclusione.

Al passaggio alla modernità contribuisce certamente la Riforma Protestante, ma questo definitivo salto in una nuova epoca storica è compiuto, per molti aspetti del tutto involontariamente, da un uomo che proprio in ragione di una profonda e assoluta religiosità medievale, animata da sentimenti che affondano le loro radici nei secoli precedenti, quella modernità voleva contrastare e combattere. È un incredibile cortocircuito di cui l’agostiniano Martin Lutero non sarà forse mai consapevole. Lutero si presenta come un deciso restauratore, ribelle per amore, nemico della centralità dell’uomo e del suo agire propugnata dagli intellettuali rinascimentali, un’idea a vario titolo accolta dai pontefici, che, per compiere opera di mecenatismo, non disdegnano di vendere indulgenze, gestire terreni di loro proprietà angariandone i lavoratori, tollerare comportamenti non esemplari dei sacerdoti. Contro tutto questo si scaglia Lutero, in nome di una purezza evangelica e di un’idea di chiesa mitizzata che affonda le sue radici nella storia in parte artefatta di una chiesa altomedievale autorevole e corretta. Quando il 31 ottobre 1517 affigge alla cattedrale di Wittenberg le Novantacinque Tesi, pensa solo a dio e a un uomo che possa tornare a essergli devotamente obbediente, liberato dalla corruttela scaturita dal secolare esercizio del potere da parte del potere ecclesiastico. Con la Riforma Lutero abbatte la sacralità dei sacramenti, non potendo essere garantita la moralità del consacrante, trasforma in memoria l’atto del pane e del vino, negando transustanziazione trasformatrice di quel pane e di quel vino in corpo e sangue, per di più asserisce, con buone ragioni, che l’ordinazione sacerdotale per come avviene nella chiesa cattolica non ha riferimenti evangelici e che visto che il sesso non è estraneo agli ecclesiastici, il celibato è solo una scusa per mantenere in soggezione e o soggiogati i funzionari di dio. Diventa il padre della lingua tedesca, ovvero della lingua di quella nazione che dopo di lui sarà centrale nei destini dell’intero continente europeo una volta raggiunta la tardiva unità che proprio la sua lingua aveva forgiato. Lutero realizza la traduzione del Nuovo Testamento in quattro mesi di furibonda e vivace scrittura nel castello di Wartburg, dove si nasconde mentre mezza Europa lo insegue e lo detesta, dal papa che vede sparire poderose entrate  per la perdita delle indulgenze, all’imperatore Carlo V, che il sole sulle terre non lo vede tramontare mai, ma molti principi tedeschi li vede disobbedire e disconoscerlo in nome proprio della Riforma. Già nel settembre 1522 la traduzione di Lutero è posta in vendita alla Fiera del libro di Lipsia, l’allora recente invenzione della stampa è il contributo decisivo per permettere a Lutero e alle sue idee di affermarsi.

Eppure, almeno inizialmente, con il suo appello alla radicalità evangelica, contro una certa prassi affaristica dei consacrati cattolici, raccoglie il consenso di due straordinari pensatori suo contemporanei, iErasmo da Rotterdam e Tommaso Moro, il primo almeno a tutti gli effetti ascrivibile nel contesto del pensiero umanistico. Proprio l’amicizia e le frequentazione tra i due e il loro comune lavoro sui classici, da Platone a Plutarco, è all’origine da un lato del “L’elogio della Follia” di Erasmo, editato nel 1511 a Parigi e in forma definitiva nel 1515 a Basilea, dall’altro della “Utopia” di Tommaso Moro editata nel 1516 e tradotta in tedesco nel 1524. Libri certo noti a Lutero, che da Erasmo, con il quale non mancherà di polemizzare, trae l’insegnamento di sviluppare enormemente la letteratura per i giovani, ovviamente una letteratura fatta di testi catechistici ed ecclesiastici, cogliendo tuttavia il senso di profondo della necessità di costruire una società alfabetizzata, capace di leggere, capire, conoscere, ricercare.

Roland Baiton ha parole stupende per spiegarci l’aggressiva azione di Lutero contro i mercimoni, il culto delle reliquie, gli affari all’ombra del tempio, che combatte in ragione della sua convinzione che “la chiesa cattolica abbia un concetto troppo modesto della maestà e della santità di dio e un’opinione tropo alta del valore e della capacità dell’uomo.” Baiton insiste nel ricordare come le immagini di un dio inteso come sovrano celeste, assiso in trono nel giorno del giudizio, pronto a premiare, ma soprattutto a castigare, popolino il suo cuore. Lutero non ha letto il Boccaccio e l’Aretino, non ha per le mani pregiati libri con le riproduzioni delle rovine della Roma imperiale, tutto questo afflato di carnale e sensuale bellezza gli è estraneo, sottolinea il Baiton: “le foreste nordiche rimanevano la dimora dell’uomo gotico, che aguzzava lo sguardo oltre le vette degli alberi, eccelsi, per cogliere un barlume d’infinto.” Il buio dell’Europa centro – settentrionale, le paure, il freddo, i cieli in permanenza grigi, tutto porta Lutero a immaginare una fede severa, prudente, rispettosa della parola divina, estranea alle luci, ai colori, alle debordanti sregolatezze mediterranee e tanto di casa anche nella Roma papale. Paura e purezza, nel solco del voto compiuto dal ventiduenne Lutero quando nel caldo luglio del 1505 un furibondo e imprevedibile temporale oscura il cielo, lo disarciona da cavallo e lo convince a farsi monaco, diventando in breve un brillante conferenziere. La sicurezza che mostra in pubblico tuttavia contrasta con il timore profondo che prova verso il giorno del giudizio, tanto da cadere spesso in panico, imporsi digiuni e veglie, ancora il Baiton: “la sua paura era accresciuta dalla convinzione che spiriti malefici cospirassero alla sua perdizione, erano gli abitatori dell’inferno che vagavano per ogni dove infestando la terra, cavalcando sull’ali del vento, appiattandosi nei boschi e nelle acque, pronti con un sardonico ghigno ad attirare e precipitare gli incauti nell’abisso”. Il misticismo cristiano ortodosso, variabile orientale di un contesto geografico buio e freddo, esalta la ricerca della luce, la forza dell’ascesi, stabilisce contatti e contiguità con la spiritualità islamica, tutta, non solo quella dei sufi, ma anche quella sunnita e in particolare sciita, la fede di Lutero è invece del tutto estranea a ogni dimensione mistica, è concreta e terrena, l’anelito del regno celeste si persegue con morigerata mortificazione, non inseguendo le corde mistiche dei sentimenti. L’essersi fatto agostiniano certo ha influito, la predeterminazione divina dei destini dell’uomo si trasforma in predestinazione. Il suo paradiso è medievale, è una monarchia con il re-dio alla sommità e il resto dei salvati devotamente e gerarchicamente sottoposti. L’idea di un paradiso fondato sull’eguaglianza sarà molto tardiva tanto in ambito cattolico, quanto protestante, sarà necessario il Novecento e l’avvento del pensiero marxista per insinuare nei teologi la convinzione che il regno di dio non sia esattamente una monarchia celeste.

Nel giugno 1520 Leone X cerca di correre ai ripari, ma maldestramente, invece di proporre e cercare un accordo col ribelle Lutero, gli intima la ritrattazione delle sue tesi, questo non avviene e quindi alla bolla “Exsurge Domine” segue nel gennaio 1521 la scomunica con un’altra bolla pontificia, la “Decet Romanum Pontificem”. Le prime parole dell’ ”Exsurge Domine” sono dirompenti e immaginifiche: “Destati, o Signore, e giudica la tua causa. Un cinghiale selvatico ha fatto irruzione nella tua vigna”. In effetti il cinghiale germanico emerso dai boschi senza vigne del nord, ha fatto irrimediabilmente irruzione nella soleggiata vigna della chiesa romana, portando uno scompiglio sconvolgente chiamato a cambiare la storia.

Alla fine con la Riforma Lutero impone un’idea di religione più forte delle sue paure, profondamente razionale, scevra da quell’apparato miracolistico e orroroso prossimo alla cattolicità dei suoi tempi e ugualmente profondamente radicato nel suo cuore, da cui ha cercato di emanciparsi aggrappandosi alla potenza del messaggio evangelico. Alla fine si è ritrovato nelle parole di Pietro Abelardo “nihil credendum nisi prius intellectum”, ovvero “nulla deve essere creduto se prima non lo si è capito”. Questo il passaggio irreversibile alla modernità, Leonardo da Vinci, contemporaneo di Lutero, pratica questo insegnamento con genio nel campo della scienza e dell’architettura civile, il cammino verso il metodo scientifico delle galileiane sensate esperienze è aperto. Quell’inizio non può e non deve essere confuso con tutto quello che è venuto dopo e che al massimo rappresenta un insieme di risposte a contingenze delle diverse poste dalle diverse epoche storiche. Per ricordarne solo alcune, l’ateismo militante che cerca di espungere dall’uomo la dimensione personale e collettiva del sentimento religioso, la rigidità manichea, parossistica e a volte demenziale di certe correnti protestanti, fino alle sette sparse oggi per il Sud del mondo al servizio degli interessi occidentali, le recrudescenze violente della chiesa cattolica barocca che si affida alla repressione e al miracolismo, la poco scientifica divinizzazione della scienza compiuta nel tardo Ottocento dai positivisti. Si potrebbe continuare, ma questa appunto è un’altra storia, quella complessa dei secoli che sono venuti dopo Martin Lutero.

 

 

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