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di
Davide Rossi

Nella sua monumentale e straordinaria opera “La mitteleuropa nella letteratura contemporanea”, edita da Mimesis, Igor Fiatti dedica un capitolo al caso Trieste, quello di una provincia che diventa centro, di se stessa e del mondo, almeno del suo mondo. Chi ama e conosce l’italiana Trieste, la slovena Trst, la Trst/Trieste serba, greca, turca, … è consapevole di come la città sia stata per secoli imperial-regia e austroungarica e come il suo nome sia a lungo stato Triest. Afferma Fiatti: “Una città all’apparenza dimenticata. Una città che, nei travagli della storia, ha saputo divenire un laboratorio nel quale sono stati sperimentati i temi centrali della crisi del secolo scorso. Percorsa da sollecitazioni ideologico – identitarie talvolta lancinanti, di rottura esistenziale, Trieste ha vissuto le tensioni europee cercando un equilibrio impossibile tra il cosmopolitismo kakanico e l’affermazione delle culture nazionali.” Ci si trova di fronte a una “un’autoreferenzialità del tutto centroeuropea”, “nel quadro di una metamorfosi che ha portato un comune chiuso oligarchico a diventare un emporio di stato cosmopolita”, come afferma Angelo Vivante. Fiatti accetta l’idea dell’italianità di Trieste come dato di fatto. Io e molti ne dubitiamo, non misconoscendone l’appartenenza statuale, ma proprio riconoscendo le radici storiche e culturali della città anche nell’italianità, ma anche in larga parte fuori da questa italianità. Un’italianità spesso strombazzata malamente da nazionalisti tanto tristi e ignoranti, quanto aggressivi. Accettando quindi l’idea di Trieste come periferia, Fiatti riflette sul fatto che “alla base della specificità triestina c’è il fattore etno-geografico: nessun altra zona della penisola gode di una tale contiguità con il mondo tedesco e con quello slavo. Periferica, geograficamente incastonata nel cuore del continente, Trieste conosce uno sviluppo culturale differenziato ed unico: secondo Ernestina Pellegrini la città, investita dai venti culturali del Nord, sviluppa una sensibilità romantica tutta particolare”, e cita la Pellegrini: Trieste è “venata da un misticismo intellettualistico e sensuale assai lontano dalla misura fattiva ed ordinata di stampo cattolico e d’impegno civile del romanticismo nazionale italiano, tanto poco europeo e tanto poco rivoluzionario”. È evidente, assolutamente evidente, che l’impronta manzoniana, la profondità verista, i vari decadentismi, sono totalmente estranei a Trieste, sia perché Trieste è parte di un altro stato, sia perché la letteratura italiana a Trieste viene letta da scrittori che, pur scrivendo in italiano, conoscono e parlano correntemente il tedesco e hanno la loro patria nel dialetto triestino, operando così una doppia mediazione, da un lato linguistica, ma poi anche e soprattutto culturale. Trieste ha scrittori che scrivono in italiano, ma sanno il dialetto e il tedesco, molti a ragione sostengono che il pessimo italiano di Svevo sia proprio il risultato di questa volontaria forzatura, ovvio che tale scelta rompa in modo clamoroso col pensiero crociano che pone “l’accento sulla forma piuttosto che sul contenuto; a Trieste, invece, la forma è stata considerata con ostinazione come ancilla substantiae, non ha mai avuto la stessa dignità del contenuto.” Gli autori in lingua italiana di Trieste leggono in tedesco Kafka e Freud, gli slavi come il montenegrino Petar Petrović Njegoš, i russi da Dostoevskij a Puskin, gli scandinavi come Henrik Ibsen e ancora i tanti scrittori ebrei della Mitteleuropa, di conseguenza i riferimenti emotivi, psicologici, esistenziali del loro scrivere in italiano sono il risultato di una sintesi profondamente diversa e più complessa rispetto agli scrittori italiani che, privi delle traduzioni della maggioranza degli autori del resto dell’Europa, sono stretti in un provincialismo che ha in Dante e Leopardi poderosi precedenti, ma li lascia esclusi dalla conoscenza di una parte considerevole della cultura continentale, al contrario totalmente familiare ai triestini. Ancora una citazione della Pellegrini aiuta a capire il contesto tergestino: “il conseguente sviluppo di un decadentismo largamente europeizzante; la tarda e salutare affermazione del naturalismo che, reagendo su un fondo romantico mobile, esasperato e inoltre arricchito delle nuove linfe russo-scandinave, si colora di tinte di incredibile modernità. In altre parole: il naturalismo non viene utilizzato in funzione anti-romantica: esso si innesta sul tronco di quella sensibilità, trasformandola, integrandola, come una capsula. Insomma – per usare una suggestiva immagine d’insieme – il naturalismo arriva a Trieste ingolfato da elementi intellettualistici portati dalla gelida aria del Nord, carichi di riflessi danubiani e di fascino notturno, che offuscano pesantemente la tanto sospirata luce mediterranea”.
Trieste non è Italia perché è austroungarica e le differenze sono anche culturali e sociali. Prima dell’arrivo dell’Italia in città, Trieste era un luogo in cui, come ricorda Roberto Bazlen: “far l’impiegato era una cosa possibile per gente che non avesse voglia di affrontare la ‘lotta per la vita’, gente che avesse da pensare ad altro, era una soluzione ideale – una vita di lavoro lento e tranquillo, di poca responsabilità”. Fiatti al proposito ricorda poi che l’intellettuale triestino, al contrario dello scrittore-giornalista italiano, intellettuale a tempo pieno, è un imprenditore o un commerciante che nel tempo libero scrive, “senza punti di riferimento”, perché “lo scrittore in città è un clandestino che scrive pagine durante le pause della vita professionale e sociale. Sradicato, al di fuori di qualsiasi contesto culturale, un autore come Italo Svevo non rientra pertanto nella tradizione italiana: introducendo delle culture differenti, egli crea il proprio mondo poetico, sovranazionale, e Trieste diviene in tal modo una capitale della letteratura mondiale.” Magris in merito sottolinea: “Svevo è lo scrittore postmoderno che forse più d’ogni altro ha compreso il crepuscolo del soggetto, sul quale si basano l’idea di sostanza e la forma, che la esprime fondandola con la sintesi estetica”. Riprende Fiatti: “prima di Svevo dunque Trieste attinge, non senza un certo manierismo, alle fonti della letteratura nazionale, con Svevo e dopo Svevo, la città dà un contributo assai fecondo alla letteratura italiana e fa da tramite per la diffusione della psicanalisi freudiana” e “trasforma la letteratura in un glossario del delirio contemporaneo: egli denuncia l’assurdità di ogni tavola classificatoria, lo svanire di ogni identità, afferra la scissione borghese fra azione e conoscenza”. “Nelle pagine sveviane, la borghesia francese dipinta da Balzac, Flaubert, Zola, si lega a quella scandinava scandagliata da Strindberg e Ibsen, l’uomo borghese si spoglia dell’impalcatura storico-sociale e si fa uomo tout court. Domina la nostalgia di una felicità latitante, mentre la tensione faustiana, intesa come incessante energia creatrice, è esaurita”, perché, ancora con Magris “non c’è più un individuo, un soggetto capace di passioni, ma soltanto un oscillante fascio di percezioni, stati d’animo e rappresentazioni psichiche”. Fiatti ribadisce: “Svevo fa sua la lezione di Arthur Schopenhauer iscrivendo il suo nome nella tradizione degli scrittori mitteleuropei e si oppone ai valori dell’Occidente liberal-borghese. Arthur Schopenhauer si presenta allo scrittore triestino non solo come teorico dell’ascesi e del rifiuto dell’azione, ma anche come teorico della contemplazione. … Con l’irrazionalismo schopenaueriano, Svevo si oppone alle teorie evoluzioniste e rifiuta l’ideologia o la mitologia del progresso che fonda l’ottimismo della borghesia dirigente.” Così facendo Svevo, anche se molti professori del liceo se lo dimenticano, “si oppone al mondo capitalistico e mercantile. … Svevo-Zeno Cosini rivendica la sua incapacità di vivere nella dimensione attiva della borghesia, la sua incapacità al commercio. È la voce dell’inettitudine: unica condizione per sfuggire all’ingranaggio del conformismo borghese”. Tuttavia una borghesia con caratteristiche proprie, ben lontane da quella italiana. In Italia i personaggi letterari, non solo dannunziani, anche quando rifiutano la religione, hanno sempre il riverbero interiore del complesso di colpa di tradizione cattolica, per i triestini si può parlare di “scacco alla spiritualità”, anche se in città abbondano le chiese, cattoliche e ortodosse e domina il centro cittadino una mastodontica sinagoga. Proprio Svevo ne “La coscienza di Zeno”, ce ne offre una caustica e vivida testimonianza, associando “l’improvvisa ispirazione religiosa” del padre morente “al primo sintomo dell’edema cerebrale”. Fiatti in merito alla relazione con la psicologia di Svevo, ricorda come il suo “rapporto con le teorie freudiane sia contradditorio e si riveli in una complessa dialettica centro-periferia”, poiché “egli contribuisce sì in maniera determinante alla loro diffusione in Italia, ma non nasconde affatto il suo dissenso”. Fiatti inoltre ricorda che Eugenio Montale ha scritto che “motivo unificante del discorso narrativo sveviano è il personaggio-città: Trieste stessa, non più naturalistico ambiente, ma segreta matrice di fatti e di situazioni, luogo piuttosto metafisico che geografico”, tuttavia certamente anche geografico, perché i personaggi sveviani si muovono dentro un perimetro di luoghi precisi e significativi. Anni fa lo ho scritto e spiegato, ma la triestinità fisica e geografica degli scritti sveviani è difficile da far comprendere a chi non conosca Trieste. Insomma, “sebbene l’amore per l’Italia spinga i triestini a cercare un contatto con la letteratura italiana, la loro ricerca parte da un sostrato culturale differente che, infine, si rivela sempre decisivo. La classe media triestina legge Freud così come prima leggeva Nietzsche e si sente stranamente attratta dalle teorie del viennese Otto Weininger”, singolare ebreo convertito al protestantesimo, teorizzatore della bisessualità e amatissimo dagli ebrei triestini, tra cui, ancorché per nulla praticanti, Svevo e Saba. Acutissime anche le pagine dedicate a Umberto Saba e alla sua visione di una poesia come strumento manzoniano di verità, contrapposto alla poesia disonesta di Gabriele D’Annunzio.
Il Novecento e la sua complessa storia hanno agitato Trieste, l’Italia, che non ha in alcun modo migliorato la vita dei cittadini, ha accresciuto il rimpianto del periodo austroungarico. Tra questi Fiatti cita Carolus Cergoly, il quale al proposito dell’Austria-Ungheria scrive: “tutto era prestabilito e tutto era preordinato. Si costruivano case a statura umana per i figli dei figli dei figli e diritti e doveri erano chiaramente stabiliti dal parlamento.” Fiatti riflette che è “la celebrazione incondizionata del cauto e anti-modernista incedere asburgico, del tirare avanti a campare, ma sempre con dignità.” … “Alle persone superficiali tutto poteva sembrare antico immobile vecchio … L’impero austriaco era l’impero della sicurezza o dell’ottimismo e dal lento progresso verso le cose moderatamente moderne,” …“tutti sentivano le mani protettrici” di quell’imperatore “primo burocrate dell’Impero”. Un impero plurinazionale con banconote in dieci lingue, eppure troppo poco capace di garantire i diritti dei lavoratori, nonostante l’austro-marxismo, e troppo poco capace di riconoscere le autonomia locali, al punto di franare malamente con la prima guerra mondiale e l’affermazione dei nazionalismi. Tuttavia in Cergoly l’Austria – Ungheria è vissuta come uno stato in cui “è possibile che un genio venga scambiato per un babbeo, mai però come succede altrove un babbeo per un genio.” Un’Austria “felice ed equilibratrice”, quella espressa da Cergoly ne “Il complesso dell’Imperatore”, “un’ode al sovranazionalismo che si oppone a qualsiasi forma d’internazionalismo e rifugge tanto dalle perequazioni in senso nazionale che in senso internazionale”. Cergoly tuttavia capisce con formidabile chiarezza la tragicità dell’arrivo dell’Italia che obbliga la città: “in una bolla d’aria piena di solitudine e d’amarezza“, in cui “per decenni e decenni non si potrà dire e scrivere niente di niente perché la vera verità disturba e disturberà e continuerà per molto tempo a disturbare l’Italia nazionalista e le belle facce dei nazional-liberali in funzione di giannizzeri o meglio di servi sciocchi e cattivi dei padroni delle nuove Autorità.”
Altro esempio citato da Fiatti è quello di Enzo Bettiza che ne “Il fantasma di Trieste” racconta la città come “un grande emporio in balia del denaro, delle razze, dell’inquietudine”, una città fondata tra Carso e Carnaro da “una nuova razza di uomini bastardi e intraprendenti”, i quali grazie all’impero svolgono attività commerciali o impiegatizie “probe, modeste e inflessibili” al punto da costituire “la spina dorsale di un impero come quello austroungarico”. Tuttavia questa nuova razza è anche slava e Bettiza ricorda che: “La Russia, anche la Russia più terribile, resterà sempre una madre generosa e accogliente per tutti coloro che hanno sia pure una goccia sola di sangue slavo nelle vene”. Sangue slavo significa sloveno, ma anche serbo, la questione del mondo letterario slavo a Trieste è ampia e ricca. Vuk Stefanović Karadžić, padre della lingua serba moderna, visita la città agli inizi dell’800 e scrive: “Trieste è il comune marittimo più importante del nostro popolo, in quanto a numero di anime forse è il più piccolo, ma in quanto a ricchezza è primo”. Giustamente Fiatti rammemora: “è indiscutibile l’ignoranza triestina della cultura slava”. Eppure, come ricordo spesso, ugualmente Fiatti ribadisce che: “per numero di abitanti, nel 1912 Trieste è più grande di Lubiana: è la prima città slovena al mondo”. Prosegue: “Insomma, nel condominio triestino di fine impero non solo non si conoscono i dirimpettai slavi – anzi, come abbiamo già visto non si esita a denigrarli – ma si ignora anche il vicino di pianerottolo sloveno. Gli sloveni e la loro cultura vengono totalmente ignorati … oppure di solito finiscono nel calderone del disprezzo “s’ciavo”. E se gli intellettuali di orizzonti europei nutrono in genere un senso di superiorità italiana sugli sloveni, questa convinzione è ovviamente ancora più radicata nella media borghesia triestina che, secondo le parole di Bazlen, avverte tutta la propria superiorità sugli slavi e la fa anche pesare. Così si ignora ad esempio che a Trieste si è formato Primož Trubar (1508-1586), padre della letteratura slovena e principale voce slovena della riforma protestante (forse oggi a ricordarlo non bastano nemmeno le monete da un euro slovene raffiguranti la sua effigie che, nell’indifferenza, finiscono spesso nelle tasche dei triestini); probabilmente allo stesso modo si ignora che, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, a Trieste si sono moltiplicati periodici, librerie ed eventi al fine di promuovere la lingua slovena; parimenti si ignora, più o meno volontariamente, che le scuole slovene (aperte dai francesi durante la breve parentesi napoleonica delle province illiriche) sono state chiuse dagli italiani con l’avvento del fascismo. Si tratta di una rottura, una cesura di assoluta violenza, che ha portato con sé l’italianizzazione di oltre cinquantamila cognomi e, soprattutto, il divieto di qualsiasi uso dello sloveno. E sulla via della fascistizzazione di Trieste, un punto di non ritorno dell’intolleranza è rappresentato dall’incendio del Narodni dom: la casa della cultura slovena viene data alle fiamme dagli squadristi nel 1920.” Giani Stuparich così commenta l’avvenimento: “Nel tragico spettacolo di quel pomeriggio io avvertii qualche cosa di immane: i limiti di quella piazza mi si allargarono in una visione funesta di crolli e di rovine, come se qualcosa di assai più feroce della stessa guerra passata minacciasse le fondamenta della nostra civiltà” e si badi bene che è lo stesso Giani Stuparich che, nel solco del razzismo nazionalista triestino aveva scritto tempo addietro: “gli sloveni hanno un innato senso di servilismo, sono parte di una nazione oscura e battuta, piegata alla gleba e al servire al calcagno di signori più forti e più civili”. Fiatti riconosce con evidenza il disprezzo degli italiani per gli sloveni, un razzismo che ogni volta che torno a Trieste sento serpeggiare tra gli italiani e che mi addolora e mi disgusta, ma che in città è vissuto come “normale”, come se esistesse una normalità razzista. Tali “contrapposizioni prossime al cortocircuito” … “sono state respirate dal maggiore prosatore sloveno: quel Ivan Cankar che a Trieste scopre la cultura slovena quale espressione di un popolo oppresso; quel Cankar che, nel 1917, nel suo ultimo discorso tenuto in città a pochi mesi dalla morte, afferma: se Lubiana è il cuore degli sloveni, Trieste allora ne rappresenta i polmoni.” Prosegue Fiatti: “Sono contrapposizioni inconciliabili che Boris Pahor scandaglia in tutta la sua opera attraverso la questione della slovenitudine”. Subito sottolinea come la solo recente e tardiva traduzione in italiano di Pahor, malgrado la sua conclamata “triestinità” e il fatto che sia uno “dei migliori scrittori sloveni contemporanei”, sia un dato che può “bastare a far capire molto di più di tante analisi, uno iato che non richiede commenti aggiuntivi per illustrare la ricezione in Italia della letteratura periferica par excellence di Trieste che, evidentemente, è rimasta stritolata negli ingranaggi della storia e delle metamorfosi delle divisioni continentali”. Pahor difende tutta la letteratura slovena da “Dragotin Kette, Srečko Kosovel, Ivan Cankar, ai poeti Oton Župančič, Alojiz Gradnik, al sommo France Prešeren, agli scrittori Ivan Pregelj, Bogomir Magajina e France Bevk. Tuttavia, la difesa strenua e determinata della lingua e della cultura slovene non scade mai in posizioni o in toni anti-italiani.”
Fiatti osserva che Pahor, come gli scrittori triestini di lingua italiana, si concentra nella sua scrittura sulla città e sui suoi cittadini, un radicamento meritorio, ma anche limitante, tanto che molti, non solo Magris, vedono in ciò un aspetto tragico della triestinità, capace solo di parlare di se stessa. Al proposito Fiatti, con Covacich si domanda se Trieste e la sua letteratura siano sempre e solo la solita stanzetta sabiana in cui “la vita entra soltanto come vago sussurro”. Fiatti constata tale situazione con lucidità, senza amarezza, ma prendendo atto di una certa immodificabilità attraverso cui “la città si ripiega su se stessa, sui suoi luoghi e nella sua autoreferenzialità, sin dagli inizi, sin dall’emergere stesso della letteratura triestina”, un’autoreferenzialità che assurge ad autorappresentazione mitica, quale forma di sopravvivenza alla odierna e irreparabile marginalità. Una città che somma in sé lo spazio e il tempo, che li confonde, li elide e li sovrappone, nel cui spazio fisico i cittadini trovano la dimensione del tempo e dell’identità di ciascuno di loro, una dimensione attraverso cui la città stessa diventa un individuo collettivo, anzi più individui collettivi, perché Trieste è città di memorie diverse, divise, separate e inconciliabili e allo stesso tempo ha “il cantuccio” sabiano fatto per ciascuno. Trieste è una città che ha evidentemente un presente, tuttavia è capace simultaneamente di convivere con molti passati, i quali nel loro complesso, determinano l’identità della città e, proprio per la loro inconciliabilità, permettono a ciascuno di vivere la propria Trieste, una città separata nella sua apparente unitarietà di cielo, Carso, case, vento, mare, con un suo universo valoriale, simbolico, naturalistico, monumentale e finanche letterario che le permette di essere contemporaneamente molteplice ed essere sentita propria da chi la abita e da chi la ama.

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