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Anna Seghers e Hannah Arendt, pensieri inconciliabili

di
Davide Rossi

Direttore Centro Studi “Anna Seghers”
e
Direttore ISPEC – Istituto di Storia e Filosofia del Pensiero Contemporaneo
della Svizzera Italiana con sede a Locarno

7 vetrata dell'Università Humboldt

al compagno Sergio

a Noemi

Da anni molte volte, quando dico d’essere il direttore del Centro Studi “Anna Seghers”, mi trovo nella spiacevole situazione di dover cortesemente spiegare che non è Hannah Arendt. Tra le due, entrambe ebree e tedesche, quasi coetanee e convissute nell’arco temporale del Novecento, vi sono enormi differenze. Anna Seghers, antifascista e comunista, lotta dagli anni ’20 contro il nazismo, la Arendt vi si oppone tardivamente, dopo aver condiviso una parte della sua vita con Martin Heidegger. Mentre Anna Seghers fin dal ‘33 scappa inseguita dai nazisti che bruciano i suoi libri e la vogliono morta, prima di tutto perché comunista, alla seconda i nazisti impediscono di insegnare, ma resta nel Reich, solo nel ’37, quando perde la cittadinanza ed è dichiarata apolide, decide di trasferirsi a Parigi e tre anni più tardi a New York.
Con il 1945 le scelte della scrittrice esule in Messico e della filosofa esule negli Stati Uniti divergono. Anna Seghers ritiene che il suo compito sia quello di riscattare la lingua e la cultura tedesche dall’abominio infame del nazismo, decide di ritornare in patria e contribuire alla fondazione della DDR, di cui diventa presidentessa dell’Unione degli scrittori. La Arendt rinuncia ad essere tedesca, preferendo dichiararsi semplicemente ebrea, pur diventando cittadina statunitense, dopo aver attraversato negli anni ’40 momenti di intesa collaborazione col movimento sionista da cui poi si distanzia.
La Arendt quindi sceglie l’identità religiosa come identità personale, la Seghers, da sempre capace di un approccio all’ebraismo mediato da una visione fortemente marxista e laica, non è interessata alla sua identità religiosa, ma a quella linguistica e culturale, definendosi sempre un’antifascista tedesca.
Dovrebbe e potrebbe bastare questo a sancire in forma chiara la distanza tra le due intellettuali, tuttavia forse vale la pena rimarcare altre distanze.
I romanzi di Anna Seghers, di particolare bellezza, hanno sempre un risvolto pedagogico e politico, nel quale l’orizzonte socialista è presente quale portatore di giustizia sociale ed eguaglianza, i testi filosofici della Arendt hanno invece la finalità di tratteggiare, dentro l’orizzonte filosofico occidentale, tutto individualista ed esistenzialista, la tesi mezzo secolo fa insostenibile e oggi purtroppo ampiamente diffusa e condivisa, dell’identità tra fascismo e socialismo, quali variabili di un sistema a detta dell’autrice ugualmente totalitario, a cui si contrapporrebbe il sistema democratico – borghese, al quale non muove alcuna critica rispetto alla manipolazione permanente del consenso attraverso le lobby, il denaro, i poteri forti, i gruppi di interesse, nonché il controllo dei mezzi di informazione e di comunicazione, amplissimo negli Stati Uniti. Un sistema funzionale al ruolo egemonico dell’imperialismo occidentale così come si è strutturato nel corso della seconda parte del Novecento e che con l’inizio di questo nuovo secolo è sempre più fragile e meno credibile. La Arendt difende il concetto di “pluralismo” politico, senza voler rendersi conto che il gioco elettorale in Occidente è sempre funzionale agli interessi del blocco economico-militare filo-statunitense, interessato allo sfruttamento violento e totale delle materie prime energetiche e alimentari del Sud del mondo. L’idea arendtiana, secondo cui la libertà politica e l’uguaglianza avrebbero un autentico spazio di crescita attraverso il pluralismo, è tragicamente smentita dai fatti. A un certo punto la Arendt ha anche sviluppato una critica alla democrazia rappresentativa, teorizzando forme consigliariste e di democrazia diretta, tuttavia tali proposte, in qualche modo socialisteggianti, contraddicevano le sue precedenti affermazioni e sono state salutate con entusiasmo solo in ambito libertario.
La Arendt associa ai totalitarismi anche la pratica dell’antisemitismo. Tesi evidente per i fascismi e il nazismo, ma molto discutibile e poco sostenibile per il socialismo. Basti ricordare che uno dei più importanti dirigenti sovietici degli anni ’30 e ’40 è l’ebreo Lazar Moisievic Kaganovic e che gli ebrei polacchi hanno festeggiato l’arrivo dell’Armata Rossa nel ’39, potendo finalmente partecipare attivamente alla vita politica.
Ne “Le origini del totalitarismo” del 1951 è anche molto debole la tesi secondo cui nello stato totalitario le classi sociali siano trasformate in masse. In realtà le masse esistono sempre in uno stato con milioni di cittadini, il problema è allora un altro, capire se hanno o non hanno coscienza di classe. Per altro il sovrapporre i fascismi, i quali dietro la retorica nascondono la conservazione dei vecchi rapporti di classe e di dominio di gruppi ristretti aristocratici – borghesi – industriali – militari sul resto della popolazione, tanto proletaria, quanto piccolo-borghese, col socialismo, che tende al superamento della divisione in classi attraverso l’instaurazione di un sistema politico fondato sull’eguaglianza e sul ruolo decisivo e decisionale dei lavoratori, è ancora una volta un metodo che forza la realtà. Evidentemente la Arendt dissentiva con una affermazione di Antonio Gramsci contenuta in “Lettere dal carcere” che io invece condivido: “Non esiste una democrazia in generale, esistono due democrazie, quella borghese e quella socialista, che non possono esistere simultaneamente nello stesso paese.”
Nel libro poi compie tutta una sequela di critiche alla visione antiborghese del proletariato, senza comprendere che proprio lo sfruttamento degli operai e dei contadini ha determinato la frattura sociale non ricomponibile generatasi nell’800 sulle macerie del paternalismo feudale dell’Ancien Régime, il quale, come tutti gli storici dell’alimentazione oggi ci spiegano con ricchezza di documenti, garantiva una vita più decorosa ai contadini settecenteschi di quanto permettesse il bestiale sfruttamento della borghesia industriale agli operai ottocenteschi.
È facile dissentire poi dalla Arendt quando ritiene il nazionalismo una variabile del totalitarismo, senza rendersi conto che il nazionalismo è stato l’arma con la quale i ceti dominanti hanno provato a conservare il potere, cercando di estraniare i proletari dalle rivendicazioni di classe promosse dal nascente socialismo.
Il cosiddetto anti-totalitarismo della Arendt ha preso oggi il sopravvento rispetto al suo resoconto del processo ad Eichmann, scritto per il New Yorker, poi diventato “La banalità del male – Eichmann a Gerusalemme” del 1963, nel quale denuncia le relazioni tra i sionisti già in Palestina e i nazisti, mossi dal comune obiettivo di far emigrare gli ebrei tedeschi verso la Terra Santa, i primi perché interessati a impadronirsi delle loro proprietà, i secondi per aumentare la popolazione ebraica e poter rivendicare la costituzione di uno stato confessionale. Dimenticata tutta quella parte del libro che denuncia con lucidità la deriva politica del processo, con il pubblico ministero Gideon Hausner capace di assecondare i voleri del primo ministro israeliano Ben Gurion, deciso a fare del processo la condanna non di un imputato per altro sicuramente colpevole, ma mediocre e di scarso spessore, quanto dell’antisemitismo nazista, con la finalità non celata di mostrare Israele come sola nazione capace di tutelare gli ebrei e contestualmente attaccare gli stati arabi, primo tra tutti l’Egitto di Nasser, accusati di nascondere dietro le ragioni del popolo palestinese una volontà antiebraica. Dal processo emerge una agghiacciante contiguità tra nazisti e sionisti, capaci di redigere insieme e applicare un accordo, alla fine degli anni ’30, per il quale gli ebrei potevano convertire in beni di produzione tedesca i loro risparmi, merci che li accompagnavano nel viaggio in nave e all’attracco in Palestina venivano commercializzate dai gruppi sionisti, i quali poi riconoscevano una parte degli utili agli ebrei neoarrivati. Il processo data anche con precisione il 1941 e l’aggressione nazista all’Unione Sovietica come l’anno della fine dei progetti di emigrazione più o meno forzata degli ebrei verso la Palestina e il passaggio al lavoro forzato nei campi di lavoro, poi tragicamente diventati campi di sterminio con la “soluzione finale”.
Tai interessanti elementi de “La banalità del male” sono trascurati, forse perché scomodi, prevalendo oggi la visione quasi univoca di una Hannah Arendt teorica dei totalitarismi. Alla Arendt viene così sottratta una parte della sua complessità di ricerca e intellettuale, riducendola a icona di un presunto “antitotalitarismo”. Proprio la parte del suo pensiero da cui più dissento, confermando la mia sintonia con le idee e l’azione di Anna Seghers. Il Centro Studi a lei dedicato, anche con queste brevi considerazioni, spera di aver contribuito e di contribuire alla fine della confusione tra le due grandi intellettuali novecentesche.

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