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di

Davide Rossi

Nell’appassionante e documentato “Un ateismo religioso, il bolscevismo dalla scuola di Capri allo stalinismo” l’autrice Paola Cioni permette di cogliere a fondo le ragioni di una sincera amicizia, quella tra il grande scrittore proletario Maksim Gorkij, autore di molti romanzi realistici e sociali, mi piace ricordare “Madre”, meravigliosamente trasposto in teatro da Bertolt Brecht, e il segretario del PCUS Iosif Stalin.

Per anni si è immaginato uno scontro tra visione religiosa del socialismo attribuita a torto ad Alexsandr Bogdanov e una rigidamente atea in Lenin, con la vittoria di quest’ultimo. In realtà lo scontro tra questi due esisteva,ma per il controllo della frazione bolscevica del partito operaio socialdemocratico russo, e si è concluso nel modo che sappiamo.

Per altro Bogdanov e Lenin vengono alla rottura per questioni economiche, ovvero i soldi delle rapine che finanziano il movimento bolscevico, la più clamorosa alla banca di Tiblisi nel 1907, diventano, a seconda di come vengono destinati, fonte di finanziamento per una delle due parti in contrasto. Anche in questo caso Lenin risolve brillantemente il problema del finanziamento della sua parte, impadronendosi dell’eredità del miliardario Schmidt, le cui due sorelle, maritatesi con due bolscevichi delle opposte fazioni, vedono il leninista prevalere sul bogdanoviano nello stornare l’intera eredità al suo gruppo. Anche in ragione di questa liquidità, Lenin riuscirà a diffondere con maggiore agilità le sue idee nel decennio che precede la Rivoluzione.

In realtà si trattava, per certi versi, anche inconsapevolmente, di uno scontro ideologico che vedeva tutti contro il povero Bogdanov, osteggiato da un lato dal rigido dogmatismo leniniano, di fatto religioso pur nel suo dichiarato ateismo, e dall’altro dalla visione religiosa del socialismo di Gorkij e Lunaciarskij, i quali per qualche tempo saranno compagni di corrente di Bogdanov. Le due teorie si sono scontrate per lunghi anni, ma avevano lo stesso anelito spirituale e in ragione dell’insopprimibile bisogno di sacro degli esseri umani, hanno trionfato congiuntamente nella sintesi unitaria che di entrambi i pensieri ha fatto Stalin, grande conoscitore dell’anima profonda del popolo russo e degli altri popoli sovietici. Certo, sconfitto ne è uscito evidentemente Bogdanov col suo razionalismo antiautoritario, collettivistico ed egualitario, con la sua richiesta kropotkiana di uguale rispetto e auspicata pratica tanto dell’attività intellettuale, quanto di quella manuale, una visione altissima del socialismo, di fatto libera da ogni religiosità e sacralità, rispettosa fino allo stremo del contributo che ciascuno avrebbe potuto dare all’edificazione di una società nuova, giusta, partecipata, tuttavia troppo, per i sovietici di allora e per il bisogno di credere dell’essere umano, da sempre più intenso di quello, assolutamente faticoso, di partecipare.

È così che Bogdanov perde e Stalin con intelligenza vivacissima vince, consapevole della messianicità del socialismo, del bisogno di credere e amare di masse sterminate di intellettuali e di proletari di ogni parte del mondo, che hanno ritenuto fondamentale riconoscersi in un ideale profondamente religioso e cristiano, quale quello comunista, di uguaglianza, giustizia, fratellanza e libertà per tutti gli esseri umani, a partire dagli ultimi, dai diseredati, gli umiliati, gli offesi, generazioni per secoli senza nome.

Poco importa che per raggiungere lo scopo di universalizzare il comunismo Stalin abbia fato votare la tesi, assolutamente priva di fondamento, secondo cui “ogni deviazione del leninismo equivale a una deviazione dal marxismo”, al quinto congresso del partito nel 1925, per altro con il voto favorevole anche di Trotskij, si tratta di una semplice tappa dentro un visione molto più ampia. Stalin sapeva bene che per Marx lo storicismo è uno strumento duttile d’analisi del divenire storico e non una filosofia totalizzante e indiscutibile, lui stesso ne darà ampia prova con repentini cambiamenti d linea, ma al contempo sapeva quali fossero le necessità politiche e ideologiche di quel momento storico e in ragione di queste agisce forzando il pensiero marxista.

Occorre tuttavia riannodare i fili partendo dall’inizio del Novecento. Con il “Che fare?” Lenin nel 1902, quando ritiene si possa arrivare alla transizione al socialismo senza passare per una fase di inteso sviluppo capitalistico, fa propria le tesi del messianismo populista russo, il “narodnicestvo”, diramatosi poi in svariate correnti, come quella nichilista, e a cui, a suo modo, non era estraneo neppure l’anarchismo di Bakunin. L’industrializzazione forzata imposta dallo zarismo a fine ‘800 ha creato una fragile classe operaia senza radici, Lenin intuisce quindi che non solo occorre fare affidamento su di essa, ma anche sui contadini, stragrande maggioranza dell’impero, e sui soldati, che altri non sono che operai e contadini forzatamente obbligati a lasciare le loro case per la leva obbligatoria. In questo senso rompe con Plechanov che mira a sviluppare il POSDR, il partito operaio socialdemocratico russo, nel solco del gradualismo intrapreso dalla socialdemocrazia tedesca. Lenin anzi teorizza la sufficienza di un gruppo di rivoluzionari ben organizzati per “capovolgere la Russia”. È il consolidarsi dell’idea della necessità di un gruppo dirigente chiamato a guidare le masse più che a coinvolgerle, una scelta che, pur con i suoi limiti dal punto di vista della pedagogia rivoluzionaria dell’emancipazione personale e collettiva, si rivelerà vincente nel più grande sconvolgimento del Novecento, la vittoriosa Rivoluzione d’Ottobre. Proprio il “Che fare?” rigetta ogni idea bogdanoviana di partecipazione democratica, ritenendo il proletariato russo di inizio secolo incapace di elaborare una ideologia indipendente e formulando quindi l’idea del partito centralizzato e di quadri. È anche una rottura con Lunaciarskij, il quale è convinto degli esiti marxisti, ovvero rivoluzionari, dell’organizzazione sindacale, mentre Lenin ne paventa una deriva moderata e legata alla sola rivendicazione salariale. Lenin insomma diffida della possibilità di attendere la presa di coscienza della propria condizione di sfruttati da parte dei proletari, crede, con una esagerazione che si dimostrerà vincente, che sia prossimo il tempo dell’affermazione del socialismo, più per fideismo marxista che per reale analisi marxista dello stato di cose allora presenti. Mentre Bogdanov propone un agire in cui nessuno debba obbedire o comandare, Lenin teorizza, più o meno consapevolmente, un’antropologia politica della disciplina di partito, per altro facendosi erede del populismo russo di matrice progressista, anche in contrasto con gli ultimi epigoni del populismo che deragliano, di fronte alla nascita del proletariato, nella più retriva slavofilia e in un arcaismo mitologico del contadino russo, visto come portatore dei valori nazionali, contrapposti a quelli internazionalisti del proletario urbano, una tesi contestata duramente da Gorkij, secondo cui nelle campagne vive “un contadiname ignorante e smidollato” intriso di “un individualismo feroce, da proprietari, che avrebbe immancabilmente dichiarato una guerra spietata alla classe operaia”. Anche in questo caso, molto tempo dopo, sarà Stalin, con mano dura, a risolvere il problema delle campagne, eliminando chi si opponeva alla costruzione socialista e di questo Gorkij gliene sarà grato.

Va altresì aggiunto che taluni populisti progressisti, in quell’inizio di secolo, sulla scorta della visione socialisteggiante espressa da Marx nei confronti dell’obscina, la comune contadina russa, trovano ragioni per riconoscersi nell’annuncio leniniano dell’imminenza rivoluzionaria.

Contemporaneamente all’elaborazione teorica leniniana, Lunaciarskij riflette su come il sacro sia una dimensione irrinunciabile per gli esseri umani, un’esigenza antropologica e sociologica al contempo personale e collettiva e insieme a Gorkij sviluppa il bogostroitelstvo, ovvero l’idea laica di divinizzazione del popolo. Gorkij nel suo romanzo “Confessione” del 1908 dichiara apertamente, trasformando le proprie idee nelle parole del protagonista, che “Dio è il buon popolo! L’innumerevole popolo del mondo! Lui il protomartire più grande di tutti quelli glorificati dalla chiesa, ecco chi è dio, il dio che compie i miracoli! Il buon popolo è immortale, io credo nel suo spirito, della sua forza faccio professione! È lui il principio della vita, il principio unico e indubitabile! È lui il padre di tutti gli dei passati e futuri!” Ovviamente questo popolo compie miracoli, non solo sociali, e infatti in una manifestazione è capace di ridestare una paralitica, che inizia a manifestare anche lei, camminando tra le rosse bandiere. Con questo immediato riferimento evangelico Gorkij inventa una trascendenza sociale più comprensibile e più immediata della trascendenza soprannaturale. Questa visione teologia del popolo si incontrerà con quella staliniana dell’uomo nuovo socialista, vero creatore del mondo nuovo, fondato sull’uguaglianza.

L’idea gorkiana e lunaciarskiana della religione come anelito insopprimibile della natura umana si materializza così in una nuova fede, capace di mettere, almeno per Gorkij, alle spalle i dissidi e le differenze con Lenin, da lui sempre criticato e detestato in vita, per quanto in una dinamica di reciproco e sincero rispetto, che non ha escluso poderosi attacchi anche da parte di Lenin allo scrittore. Gorkij accetta infatti l’idealizzazione profetica di Lenin, voluta da Stalin. A Lenin si ascrive l’acutezza e l’intelligenza di aver portato al successo la Rivoluzione d’Ottobre, instaurando il potere sovietico, e con sincera commozione alla sua morte Gorkij scrive: “nella persona di Lenin il mondo ha perduto l’uomo che tra tutti i grandi uomini contemporanei era la più viva incarnazione del genio”.

Bogostroitelstvo, la costruzione di dio, insomma, questa costruzione di una religione laica apparteneva a tutti i bolscevichi, escluso Bogdanov, a cui, per singolare destino storico, per via dello scontro politico per il controllo del partito con Lenin, è capitato in sorte di esserne accusato della paternità dell’errore, che poi tale non era, essendo l’idea gorkiana dell’umile che si fa consapevolmente proletario e cambia il mondo confluita insieme con quella leniniana di guida luminosa esercitata dal partito nel tessuto ideologico sovietico staliniano. Solo con questo passaggio il socialismo diventa, come il giacobinismo, un portatore universale di cambiamento, non un semplice miglioramento della vita di un dato popolo, ma una idea senza confini, capace di unire gli sfruttati e i ribelli di tutta la terra nel tentativo di costruire una modo più giusto, libero ed eguale. D’altronde Stalin sapeva bene che vi è una predisposizione umana al dogmatismo, necessariamente desiderato, in modo acritico e razionalmente irrazionale, per rispondere al bisogno emotivo e psicologico di certezze.

Anche lo statunitense John Reed percepisce la dimensione religiosa della Rivoluzione d’Ottobre e nel suo “I dieci giorni che sconvolsero il mondo”, scrive, di fronte alle bandiere rosse che prendono Pietrogrado nel 1917: “capii che il religioso popolo russo non aveva più bisogno di preti che gli aprissero la strada al cielo. Esso cominciava a edificare sulla terra un regno più splendido di quello dei cieli.

Per altro una visione religiosa del marxismo non è estranea a Marx stesso. Auguste Comte nell’elaborare il pensiero positivista intuiva il fallimento di una idea incapace di penetrare nella sfera delle emozioni e dei sentimenti. Marx allora ha agito in modo da dare un prestigio indiscutibile al pensiero e al metodo scientifico, associandolo alla certezza scientifica della vittoria finale delle classi sociali subalterne, riannodando così, intorno al pensiero che stava elaborando, il destino di tutti i millenarismi egualitari precedentemente prodotti dalla storia, tanto teorici, quanto malamente e azzardatamente tentati, e offrendo a questa aspettativa millenaristica religiosa ed egualitaria una teoria che, in ragione della sua scientificità, sarebbe stata appassionatamente invincibile

L’autrice sintetizza con acutezza: “Con Stalin il rigido dogmatismo leninista troverà nella bogostroitelstvo un equivalente ideologico capace di tradurre in forme popolari, a tutti comprensibili, la sostanza dell’ambizioso progetto di rivoluzione totale comunista di costruzione di un uomo nuovo completamente libero da ogni servitù.” Il consenso del popolo sovietico negli anni ’30 per la dirigenza staliniana, formata non solo Stalin, ma anche da Molotov, Kaganovic, Vorascilov, Mikoian, Kalinin, nasce dagli indubbi successi e progressi sociali, dal miglioramento generale del livello di vita, dalla modernizzazione e industrializzazione del paese, che sarà fondamentale per la vittoria in Europa sul nazifascismo, dall’emancipazione delle donne dalle fatiche domestiche (come per altro spiega Piretto in “Gli occhi di Stalin”, che ha ispirato il mio saggio “La cucina di Stalin e il realismo socialista – Il consenso femminile verso la società sovietica degli anni trenta tra politiche per le donne e generale strategia culturale”) ma altrettanto da un sentimento escatologico capace di trasformare la lotta di classe in un sentimento entusiasticamente condiviso.

Con coraggio, ma con molte ragioni, l’autrice sottolinea come le teorie di Gorkij e Lunaciarskij sulla religione e sul popolo, quale soggetto storico realmente divino, non debbano essere escluse da una analisi approfondita della storia politica, culturale e ideologica del partito bolscevico. La trasformazione ideologica operata da Stalin non verrà più letta allora come una contraddizione ispirata a uno stravangate culto della personalità, verso lui stesso e verso Lenin, ma sarà “un naturale sviluppo di una tendenza intrinseca al marxismo”. L’affermazione è forte, vale forse la pena specificare al marxismo russo, che tuttavia, essendo il creatore dello stato dei soviet ed essendo per molti aspetti diventato un modello per molte esperienze socialiste successive, abbiano esse operato in continuità o in rottura con l’esperienza sovietica, apertamente o discretamente, va tenuto in debita considerazione. La Cioni cita un meraviglioso passaggio dello storico italiano Emilio Gentile: “come accade per tutte le religioni della politica, l’influenza della tradizione religiosa, consciamente o inconsciamente, per imitazione o per infiltrazione spontanea, penetrò nella politica di massa dei bolscevichi, e la impregnò di sé. L’iconografia mitica e simbolica della propaganda sovietica ricalcava moduli e formule della tradizione iconografica ortodossa e anche la nuova mitologia escatologica del comunismo universale assorbì le correnti tradizionali del millenarismo e del nazionalismo russo.” La trasformazione di Stalin, quale massimo esponente del partito, in unico depositario della vera dottrina marxista-leninista avviene certo con il suo contributo, ma come si capisce, anche e molto suo malgrado, o meglio, Stalin intuisce, a ragione, che, solo permettendo e promuovendo questo sviluppo molto popolare di consolidamento del consenso, si può rafforzare, tanto a livello interno, quanto internazionale, lo stato sovietico, che resterà, fino al 1945, l’unica alternativa mondiale a un sistema di paesi governati dal capitalismo e capaci di reggersi solo sul più feroce colonialismo. Perché non si deve mai dimenticare che mentre africani e asiatici parlavano da uomini liberi ed eguali a Mosca nei congressi comunisti, il razzismo e il colonialismo erano praticati da tutte le altre potenze, a partire dalle “democratiche” Francia e Gran Bretagna, che non disdegnavano le punizioni corporali e le fucilazioni d massa per i cittadini delle loro colonie, da sempre ridotti a sudditi e schiavi senza diritti, così come l’imperialismo statunitense dal 1945 ad oggi, ogni anno, ha ammazzato e ammazza 20 milioni di persone nel mondo, come ampiamente documentato da una sterminata bibliografia, ovvero ogni quattro anni totalizza l’intero numero di morti attribuito dal libro nero del comunismo a tutti gli ottanta anni di socialismo, se si vuole quindi utilizzare l’impropria contabilità mortuaria come criterio storico, Obama ha già superato di molto Stalin.

Stalin più di altri intuisce che l’ideologia comunista deve essere espressione, prima ancora che di un insieme di teorie politico-economiche, della coscienza sociale degli uomini progressisti che hanno scelto di battersi contro lo sfruttamento e contro il primato del denaro, ovvero del capitale, e che hanno deciso di lottare per la creazione di una società in cui il potere sia nelle mani dei lavoratori, non già di ristretti gruppi aristocratici o borghesi. Da qui la divinizzazione del soggetto collettivo incarnato nella Rivoluzione, nei suoi padri e continuatori e questo nonostante gli anni della guerra civile abbiano indurito ancor di più la disciplina leniniana del partito, burocratizzando e in parte militarizzando a scapito della collegialità.

Convergenza ideale, lotta ai contadini antirivoluzionari e diffusione del sapere avvicinano sinceramente Gorkij a Stalin, facendoglielo ammirare.

L’autrice sottolinea a ragione come la formidabile iniziativa editoriale promossa da Stalin corrisponda ai più sinceri desideri gorkiani: “dare la cultura al popolo, alfabetizzare le masse contadine, far stampare milioni di libri, il sogno della sua vita si andava realizzando.

Si dispiega infatti, per la prima volta nella storia dell’umanità, una diffusione di libri importanti e stampati in milioni di copie per una universale biblioteca popolare ad uso dei lavoratori, contadini e operai. Realizzare quelle collane editoriali di indirizzo divulgativo, che Gorkij aveva sempre auspicato, diventa possibile in ragione della vittoria sull’analfabetismo – nel 1917 ancora i tre quarti della popolazione – conseguita dal Narkompros, il Commissariato del popolo per l’istruzione, diretto dal mitico 7 novembre ‘17 al settembre del ’29 dal suo amico Lunaciarskij, il quale si prodiga in uno sforzo enorme volto alla formazione di docenti capaci di superare l’autoritarismo quale metodo pedagogico e per un coinvolgimento attivo degli studenti nei processi di apprendimento. Dopo le scuole libertarie spagnole di inizio Novecento, è certamente questo il contributo più importante nella costruzione di una pedagogia libera dagli schemi dell’autoritarismo borghese tristemente piegato alla mera trasmissione dei saperi in una funzione di riproduzione sociale del sistema di sfruttamento esistente, per altro ancora prevalente nelle nostre scuole occidentali. Gorkij è quindi entusiasta, non solo della vittoria sull’analfabetismo, ma anche e soprattutto della seconda campagna d’alfabetizzazione, quella voluta da Stalin e mirante a offrire strumenti culturali più ampi alle masse sovietiche.

Ancora l’autrice: “il linguaggio religioso, privato di ogni riferimento alla trascendenza, si rivelava molto utile per la diffusione del socialismo perché in grado di risvegliare sentimenti vicini all’immaginario popolare. Stalin si rendeva ben conto che per conquistare il favore delle masse era necessario trasmettere idee semplici, familiari, a tutti comprensibili.” È la nascita di una vera e propria religione della collettività, fondata su miti e simboli profondamente iscritti nella memoria e nel cuore del popolo, mirante al trionfo della libertà e dell’uguaglianza, fondata su concetti molto elementari, ma potentemente capaci di diventare patrimonio di tutti i militanti a partire dal concetto secondo cui il partito è l’avanguardia del proletariato ed è infallibile, perché in esso si incarna la dialettica della storia. Non solo per Stalin, ma per tutti i bolscevichi, da sempre, l’edificazione socialista di un nuovo mondo avrebbe portato a superare, con l’affermazione della collettività, ogni individualismo. È evidentemente la costruzione di un materialismo metafisico e al contempo concreto e incarnato nella viva sofferenza degli sfruttati che, attraverso la realizzazione di una nazione senza padroni, l’Unione Sovietica, vedono avvicinarsi l’orizzonte della fine dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Per i popoli sovietici di fede ortodossa, a confermare questa trasformazione sociale, il “krasnij ugolok” l’angolo delle icone, che in ogni caso non vengono sfrattate dalle isbe e dalle case, viene ora occupato dalle fotografie di Lenin, Stalin, Molotov, Kaganovic, Voroscilov, una sostituzione nella continuità che il semiologo Jurij Michajlovič Lotman ritiene si innesti nella “ossatura strutturante invariante della cultura” di un popolo.

Nel 1928, quando Stalin ha chiuso la partita con Trotskij, espulso dal partito il 12 novembre precedente, e sta lavorando per far passare la guida del governo da Rykov a Molotov, Gorkij scrive sulla Pravda: “il potere sovietico non ha altri interessi oltre quelli del proletariato. Esso è l’unico potere al mondo che agisce nell’interesse dei lavoratori, per costruire un governo socialista. I nostri lavoratori comprendono perfettamente lo scopo dei propri governanti. Ciò è testimoniato dal fatto che il popolo partecipa appassionatamente allo sviluppo della nazione. Chi coopera alla modernizzazione del paese, coopera al rafforzamento della libertà.” Gorkij apprezza i campi di lavoro e di rieducazione istituti da Lenin e implementati da Stalin, dichiarando che i nemici del popolo vi vivono in condizioni ottimali, e si esprime contro l’eccesso di critiche che provengono da più parti alla realtà sovietica. Sarà Stalin a rispondergli di non preoccuparsene, perché la critica e l’autocritica sono da sempre un potente strumento di crescita collettiva.

Gorkij interviene anche al Congresso degli Scrittori Sovietici a Mosca nel 1934, dichiarando che l’opera d’arte deve avere forma realista e contenuto socialista, nel solco della dottrina marxista-leninistra. Il documento finale chiarisce: “Il realismo socialista, che è il metodo fondamentale della letteratura creativa e della critica letteraria sovietica, richiede all’artista una rappresentazione veridica e storicamente concreta del reale, nel suo sviluppo rivoluzionario. Con ciò, la veridicità e la concretezza storica della rappresentazione artistica del reale, devono unirsi all’obiettivo del mutamento ideologico e dell’educazione dei lavoratori nello spirito del socialismo.

È l’atto che suggella, un quarto di secolo dopo, la piena ricomposizione tra la dirigenza leninista e l’impetuosa personalità di Gorkij, che nel 1909 a sue spese aveva creato sull’isola di Capri la prima scuola di partito per gli operai russi, scuola allora osteggiata da Lenin in ragione di una divergenza ideologica che sarà appunto ricomposta da Stalin.

In merito al realismo socialista, di cui Brecht, anni dopo, darà quella che ritengo la migliore definizione: “realismo socialista significa fedele riproduzione della convivenza umana effettuata  dal punto di vista socialista, con i mezzi dell’arte”, va ricordato come, anche in questo caso, Gorkij fin dalle sue prime opere di fine ‘800 rifiuti la visione borghese del mondo interiore dell’autore e respinga ogni soggettività individualistica, riannodandosi per altro alla antica tradizione letteraria russo-ortodossa, da sempre promotrice di una norma scrittoria collettiva e anonima, avversaria di qualsiasi soggettivismo e ispirata, obbligata, a dire parole di verità in vista del fine superiore: l’affermazione del bene, una visione che confluisce interamente nel realismo socialista. Purtroppo questa dimensione meravigliosamente spirituale del realismo socialista, che lo arricchisce e in parte indirizza, non è compresa dagli storici della letteratura e dai critici letterari occidentali, tutti malati di un una irrimediabile visione individualistica e soggettivistica della realizzazione artistica, letteraria o pittorica, incapaci, non avendo quasi sempre alcuna conoscenza della cultura ortodossa e russa, di comprendere il senso profondo delle creazioni artistiche e letterarie socialiste, così come mostrano totale incapacità nel comprendere che, dentro il contesto socialista, l’attività artistica è inscindibile dall’impegno sociale e politico.                                                                    Kiev, 18 luglio 2013

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