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Sergio Mauri

Inizio da lontano. Sono nato a Trieste nel 1965 in una famiglia di operai comunisti. Molti dei componenti della mia famiglia divennero comunisti in seguito agli avvenimenti storici che, dai primi anni del ‘900 alla fine del secondo conflitto mondiale, avevano modificato profondamente ed irrimediabilmente il volto dell’Europa e del mondo. A Trieste, queste modifiche erano state particolarmente estese e profonde. Per queste persone, come per milioni di altre, quella scelta politica aveva rappresentato la più seria opzione per la sopravvivenza della specie umana in alternativa alla miseria ed alle guerre scatenate dal capitalismo. In particolare, oltre a mio padre, che aveva cinque anni di guerra mondiale e prigionia in Germania alle spalle, nonché stalinista per tutta la vita, i suoi fratelli Francesco e Corrado avevano rischiato la vita per questioni connesse alla politica. Il primo a Trieste facendo attività politica durante il fascismo e l’occupazione nazista della città, salvatosi per miracolo dalle torture inflitte durante gli interrogatori alle carceri del Coroneo; l’altro arruolato a Bari dopo l’8 settembre ’43 dall’esercito Jugoslavo di Liberazione nazionale e, in veste di ufficiale, al fianco di Tito, aveva combattuto fino alla liberazione della città di Trieste, avvenuta il 1° maggio 1945.

In quegli anni, nonostante le alterne vicende politiche che avevano attraversato, nel bene e nel male, il proletariato triestino (nazionalismo pre e post-caduta dell’impero asburgico, fascismo, nazismo), la capacità di irradiazione degli ideali del socialismo si erano sempre conservati al suo interno, grazie alla coscienza di classe veicolata da un’organizzazione che aveva nell’URSS il suo punto di riferimento. Il socialismo (prima fase di un processo che avrebbe dovuto portare all’avvento di una società senza classi, quella comunista) era rappresentato, nel mondo, dalla Russia Sovietica e, il proletariato locale era compattamente a suo favore e sostegno, se si escludono alcuni elementi trotzkisti e bordighisti o anarchici senza un vero seguito che, anzi, in molti casi si unirono agli stalinisti durante la guerra partigiana. Sul tema delle deviazioni dalla linea filo-sovietica, in ambito locale, una trattazione a parte meriterebbe il “caso Marcon” a capo dell’organizzazione comunista locale prima del ritorno di Frausin dal confino in Italia meridionale. Marcon, accusato di “indegnità politica e morale” dai comunisti francesi dove ha vissuto in esilio, nonché di trotzkismo e di essere stato una spia al soldo dei fascisti e per questo fucilato dai partigiani. Ancor oggi, in verità, non sono state portate alla luce le prove di tali accuse.

Per gli operai triestini fino alla de-stalinizzazione ed oltre, Stalin era “il padre di tutti gli operai” e capo indiscusso del movimento comunista internazionale. Tutte le testimonianze archivistiche e delle persone “dal vivo”, familiari in primis, da me conosciute, confermano queste affermazioni. I comunisti italiani, come quelli sloveni, indissolubilmente legati dall’internazionalismo proletario, quando non da rapporti di parentela o di amicizia, avevano come obiettivo politico la creazione di repubbliche socialiste di tipo sovietico dove vi fosse, oltre all’instaurazione di rapporti di produzione socialisti, la tutela politica e culturale di tutte le nazionalità, come nell’URSS, quindi di tutte le minoranze, tema particolarmente delicato ed importante per la realtà triestina. Per inciso, ed a conferma di ciò, è noto che Josip (Pinko) Tomažič capo del Partito Comunista Sloveno rivendicasse e lottasse per la creazione di una Repubblica Slovena indipendente socialista sovietica, federata ad altre di uguale natura.

Il contesto in cui avviene la mia formazione politica è quello di stampo filo-sovietico, quindi di pieno sostegno non solo politico e culturale ma anche affettivo alla causa del socialismo realizzato. Nel contesto, tuttavia, entrano anche voci critiche, esperienze, persone non strettamente legate a quella formazione politico-culturale. Sono presenti alcuni anarchici, amici di famiglia, ai quali peraltro Trieste deve parecchio, considerati tuttavia, nel contesto comunista, come dei compagni con una visione estremamente utopistica della realtà socio-politica dell’Italia e dell’Occidente, con la tendenza ai “salti in avanti” e prefiguranti un tipo di società già alla fine del percorso di trasformazione sociale operata dalla classe lavoratrice nella fase socialista. Conosco le idee trotzkiste e bordighiste intorno ai 16 anni, in parte come contestazione generazionale, in parte come soluzione alternativa a quello che comincio a percepire come immobilismo da parte del PCI.

Torniamo un momento indietro. Il proletariato triestino, durante la Resistenza e la lotta partigiana, parteggiava per i comunisti ed in particolare per la parte più risoluta di essi e vicina a realizzare il socialismo, ovvero quelli sloveni e jugoslavi. È noto che la rottura fra Tito e Stalin sia del 1948. È bene tuttavia ricordare che fino al ’48 Tito è uno stalinista mentre dopo il dissidio, causato da questioni eminentemente economiche concernenti gli obblighi imposti ad ogni paese socialista, Jugoslavia inclusa, di commerciare con l’URSS ed il blocco di riferimento, in quantità e qualità decise da Mosca, la sua (di Tito) formazione politica e le sue realizzazioni politico-economiche concrete non si discostarono molto da ciò che aveva assimilato durante il suo periodo di esilio e formazione nell’URSS.

Il proletariato triestino, tuttavia, parteggia per tutto ciò che non è capitalista ed imperialista e fa poca differenza tra URSS, Jugoslavia, blocco socialista, Cina, Paesi non allineati, Cuba, guerre di liberazione nazionali in Asia o in Africa. Sono quel tipo di scelte che Canfora ed altri definirebbero come compiute “dal popolo profondo“, dettate da questioni spesso irrazionali e non certamente a filo di analisi politica. Il diapason sentimentale dei lavoratori triestini vibra nella direzione dell’Oriente rosso, verso Mosca e poi Pechino. Le divisioni, quando ci sono, sono per lo più al livello della dirigenza e possono assumere delle espressioni talvolta violente mentre fra i proletari assumono caratteri più morbidi, in cui si rivendica comunque un cameratismo di classe. A conferma di ciò e sintomatica di questi sentimenti è la tendenza a credere che le divisioni all’interno del campo socialista siano solo un modo per disorientare il nemico.

Ci sono per il proletariato altre due questioni epocali, oltre ai fatti del ’48, del ’56 e del ’68. Una agisce sottotraccia, l’altro è un colpo evidente: parliamo della desistenza rivoluzionaria e del crollo del Muro con la dissoluzione del blocco socialista sovietico. Il crollo del Muro è lo spartiacque di tutti i comunisti, secondo solo alla rivoluzione russa del ‘17: è la fine del socialismo realizzato di matrice sovietica. La fine del grande, coraggioso e controverso esperimento sovietico. Sopravviveranno, tuttavia, altre forme di socialismo reale (Cuba, Nord Corea, Vietnam…), l’esperienza cinese e nasceranno altre importanti forme che si richiameranno al socialismo nelle esperienze del Venezuela, della Bolivia e dell’Ecuador. Tuttavia, per onestà, scarso sarà il seguito che queste realtà ancora r-esistenti riusciranno ad ottenere fra il proletariato sia locale che nazionale ed occidentale in generale. A ciò farà agio la questione generazionale, quella demografica, al pari della modifica della composizione di classe. Al crollo del controverso blocco sovietico segue una generale e preoccupante entropia politica che investe la classe lavoratrice, la sinistra, i comunisti.

La questione della desistenza rivoluzionaria, quella che Italo Calvino definiva come “la grande bonaccia delle Antille“, quella che definisco come l’altra questione epocale, era invece questione più complessa ed addirittura controversa. Desistenza vista come limite valicabile o ipoteca definitiva sul movimento comunista, da una parte o come strategia da seguire per non scomparire, dall’altra, in un’Italia in cui, tuttavia o per l’appunto, non si sarebbe mai preso il potere.

La desistenza fu alimentata da un ciclo economico positivo di ricostruzione ed allargamento della base produttiva e quindi degli occupati, dall’aumento del debito pubblico, dai finanziamenti costanti degli Stati Uniti in chiave anti-sovietica, da una relativa debolezza del gruppo dirigente del PCI. La debolezza si manifestava attraverso la sempre più evidente rinuncia a bilanciare le contropartite economiche che pure c’erano ed erano buone per la classe lavoratrice, con la richiesta di contropartite politiche. Allargamento della base dei consumi, ma restringimento di agibilità politica e peso sociale delle istanze dei lavoratori: così potremmo definire la risposta di classe della borghesia nazionale italiana…. Alla fine degli anni ’70 tutto ciò comincia a diventare fin troppo chiaro.

Per chi ha passato quegli anni ed ha visto lo svolgersi di quegli avvenimenti, sembrava quasi, agli occhi meno acuti, che il capitalismo potesse avere un volto umano e non chiedesse alcuna contropartita alle masse ed alla società italiane. Il modificarsi profondo della composizione di classe che vedeva una innaturale espansione dei ceti medi (vediamo come oggi, dopo la sbornia, siano ridotti!) ed una sempre più violenta offensiva ideologica neo-liberista chiuse in un angolo i comunisti.

Mi chiedo, quindi, come definire e storicizzare quella forma determinata di potere. Un potere politico non nasce dal nulla, è espressione di interessi concreti di ceti, classi sociali, raggruppamenti di essi. Senza la classe lavoratrice e proletaria il movimento socialista non avrebbe avuto gambe su cui camminare, così come l’Unione Sovietica non sarebbe esistita senza il POSDR e poi i bolscevichi che organizzarono operai, contadini poveri, soldati e intellettuali ribelli fino alla presa del potere del ’17.

Mantenere il potere è un arte altrettanto complessa di quella che concerne l’impossessarsene, tuttavia gestire, viene sempre dopo la conquista del potere, poco importa se esso avvenga per via democratica o rivoluzionaria.

Attraverso questo breve riassunto storico, possiamo trarre qualche utile insegnamento da confrontare con l’elaborazione di Luciano Canfora nei suoi scritti che, a questo punto, sono di enorme stimolo per sviscerare l’argomento. Personalmente ho sempre pensato che il potere siamo noi stessi. Questo non nel senso che in ognuno si soddisfino tutte le manifestazioni di esso ma nel senso che è da ognuno di noi che esso inizia a manifestarsi, seppure nella limitatezza del singolo individuo. Già nel fenomeno che noi concettualizziamo come “della venuta al mondo“, nell’esistenza fisica in vita, si manifesta una forma di potere, non fosse altro che il potere della vita, appunto.

Canfora nel suo breve saggio “La natura del potere“, enuclea gli snodi fenomenologici in cui esso si manifesta, ricordando tuttavia costantemente che ogni forma di potere ha alle spalle interessi collettivi di gruppi sociali, masse organizzate non necessariamente di numero elevatissimo o maggioritario nel corpo sociale ma contrapposte ad altre disperse ed intrinsecamente incapaci ad organizzarsi. Ci ricorda, inoltre, l’importanza dell’origine culturale, come della storia, dei gruppi che esprimono il potere e saranno garanzia per la sua continuità o meno. Ed in proposito, un altro punto fondamentale sottolineato da Canfora è quello della continuità nella trasformazione riformatrice o nel compromesso fra equilibri nuovi: ciò che mi sembra essere mancato nel campo socialista, Cina esclusa. Continuità del potere e tradizioni culturali che lo esprimono, si intersecano e ne influenzano, in definitiva, la capacità di successo.

Attraverso questa griglia interpretativa, i comunisti triestini, con la loro particolare storia di immediato e necessario internazionalismo proletario, hanno dato, in ciò che storicamente hanno realizzato, l’unica risposta possibile, come rappresentanti di una vasta classe sociale di marginalizzati dal fascismo e dalla guerra, di privati delle libertà fondamentali, impediti a progettare e sognare una società diversa, di liberi ed uguali. Il socialismo, appunto, come progetto e prospettiva.

Vorrei sottolineare, ancora, il fatto che anche a Trieste, come altrove, lo stalinismo aveva un ruolo primario e determinante nella lotta contro il fascismo ed il nazismo.

Di Frausin e Kolaric fu addirittura detto, da parte di elementi ruotanti intorno al liberal-socialismo azionista in singolare comunione con i bordighisti, l’essere stati per la soluzione italiana secondo i primi, degli internazionalisti di espressione bordighiana per i secondi. In ogni caso anti-stalinisti ed anti-slavi. Nulla di più falso. Non solo, chi dice ciò si è sempre battuto per una soluzione nazionalistica e della più discutibile specie: quella dell’Italia post-guerra sotto l’ombrello aggressivo della NATO e del recupero dei peggiori rottami fascisti in chiave anti-comunista ed anti-proletaria. Ma ha volutamente tralasciato di dire che: 1) i comunisti giuliani erano gli unici internazionalisti fra tutti i raggruppamenti politici esistenti in loco, avendo sempre ospitato nel loro seno le due nazionalità predominanti con i diritti linguistici e culturali liberi e garantiti; 2) che il progetto della 7^ Federativa Jugoslava era appoggiato dalla stragrande maggioranza del proletariato locale, senza distinzioni di nazionalità.

Inoltre, cosa ancor più grave, nascondono pervicacemente il fatto che Frausin, Kolaric e gli altri dirigenti e militanti comunisti erano, guarda caso, sinceramente stalinisti.

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