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Un secolo fa, il 10 agosto 1912, nasceva a Itabuna il più grande scrittore brasiliano, il compagno Jorge Amado. Inizia a scrivere giovanissimo e giovanissimo diventa militante del partito comunista brasiliano. Nei suoi romanzi si fondono i temi sociali e il fremito della sensualità, la bellezza dell’amplesso e le ragioni della lotta per la giustizia e l’uguaglianza. A vent’anni scrive “Cacao”, a ventidue “Sudore”, tra le sue prove più riuscite, più impegnate. La dittatura di Getulio Vargas lo obbliga all’esilio, migra per l’America Latina e nel 1941 arriva a Città del Messico dove stringe un’amicizia straordinariamente profonda con Anna Seghers, molti sono i pomeriggi che passano insieme, anche con Pablo Neruda. Rientra in Brasile nel dopoguerra, diventa il più votato parlamentare di San Paulo, è parte del gruppo di 16 comunisti dell’assemblea e scrive le leggi per il diritto d’autore e la libertà di religione. Ma la democrazia dura poco, nel ’50 torna in esilio, in Europa, a Parigi, ma soprattutto nei paesi socialisti, dalla Cecoslovacchia alla DDR, dalla Polonia dove incontra Hikmet e Guillen, all’Unione Sovietica, dove nel 1951 riceve il premio Stalin per la Pace, insieme, tra gli altri, a Pietro Nenni e Anna Seghers. Scrive a Praga l’affascinante trilogia “I sotterranei della libertà”: Tempi difficili – Agonia della notte – La luce in fondo al tunnel. Chiudono questi tre romanzi la sua scrittura più vicina al realismo socialista, certo sempre in salsa brasileira, Amado torna in patria nel ’55, per vivere con gioia le speranze di un decennio democratico, che verrà travolto da un ventennio di dittatura brutale e assassina, dal 1964 al 1985. Farà resistenza, civile e culturale, come il grande cineasta Glauber Rocha, ma se questi sarà costretto all’esilio, ad Amado sarà risparmiato il terzo allontanamento dalla sua terra. Vive a Salvador de Bahia, città principale dello regione in cui è nato, dove ha studiato da ragazzo prima di andare a Rio de Janeiro, qui vivrà fino alla fine dei suoi giorni, nei luoghi che oggi ne sono memoria e museo. La sua creatività libera personaggi femminili che diventano protagonisti di pellicole indimenticabili, Dona Flor, Gabriela, Tieta, è l’irruzione fantasmagorica del realismo magico dentro i temi sociali, che non vengono mai meno, ma si stemperano nel prevalere dell’amore e dell’irruenza incontenibile della sessualità, pur sempre nella complessità delle relazioni e dentro una società in trasformazione. Nell’agosto 2001 si spegne, quasi novantenne, con la serenità di una vita appassionata e intensa, ricca di emozioni e impegnata.

Davide Rossi

Pubblicato su: Sinistra.ch

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