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mercoledì 9 novembre 2011

 alle ore 17.00, presso la sede del Centro Studi

 verrà presentato il libro,

alla presenza dell’autore.

È un libro appassionante e appassionato quello scritto da Andrea Genovali, merita di conquistare nuovi lettori per il suo incedere impetuoso, pagina dopo pagina. È la storia di una città di marinai che insorge, con appena alle spalle la prima guerra mondiale, per provare a riscattare sofferenze, “dolori e fatiche di generazioni senza nome”. È un romanzo storico in cui la narrazione della rivoluzione, iniziata dai viareggini il 2 maggio 1920, dopo l’uccisione del guardialinee locale durante il derby coi ricchi della Lucchese, incrocia gli scioperi cittadini contro il rincaro dei prezzi, l’amore tra due ragazzi, il calcio, con l’anticipo di un ventennio dell’invenzione del libero, libertà che l’autore si prende a giusto omaggio del gioco all’italiana, quel meraviglioso catenaccio che insegna prima a non prenderle e che forse, negli impolverati campi di provincia, è nato ancor prima che Rappan con la nazionale della Svizzera ai mondiali del 1938, Rocco alla Triestina e Viani alla Salernitana poco dopo, ne facessero un’arte. Lo stato sabaudo ovviamente stronca il popolo che chiede libertà, ma il ricordo della rossa bandiera e degli ideali che rappresenta perdureranno, anche durante la lunga stagione della barbarie fascista, per rinascere, più vigorosi che mai, anche se il libro non lo racconta, ma lo lascia semplicemente intuire, nella Resistenza e nella Repubblica democratica fondata sul lavoro. Le vicende scorrono nei giorni conclusivi di quello che è passato alla storia come il “biennio rosso” e proprio i giorni del primo maggio vedranno accendersi movimenti di lotta dei lavoratori nelle più grandi città, da Genova a Milano, da Napoli a Torino, quest’ultime città in cui la repressione è stata particolarmente violenta. Proprio un telegramma di solidarietà con i viareggini chiude il libro, inviato dai giovani redattori e fondatori dell’Ordine Nuovo nel ’19 e dell’Unità nel ‘24, Antonio Gramsci e Palmiro Togliatti, nato a Genova da famiglia piemontese, ma reso sardo, come Gramsci, dall’impeto dell’emozione da parte di uno dei sindacalisti che legge il telegramma ricevuto dai due futuri segretari del partito comunista, e successori del primo, Amedeo Bordiga.

Il romanzo riporta alla mente Pajetta, il quale si lamentava con Togliatti di come pochi fossero i romanzi sulla vita dei lavoratori, nonostante i molti intellettuali legati al partito, tutti però conquistati dalle avanguardie più o meno esistenzialiste dell’Occidente in quel secondo dopoguerra. Quello di Genovali è un romanzo operaio come lo intendeva Pajetta, non parla dei lavoratori precari e interinali di oggi, ma con una pagina di storia rimette al centro il tema del lavoro nella letteratura. Con un termine che andrebbe rivalutato, si potrebbe definire una riuscita opera di realismo socialista, che non era, come sostengono i detrattori, l’idillio tra un trattore e una colcosiana, ma, come affermava Bertolt Brecht, la riproduzione della convivenza umana attraverso i mezzi dell’arte, secondo un punto di vista socialista. Per altro nella concreta narrazione della sconfitta dei lavoratori, attenendosi con puntualità ai fatti storicamente accaduti, Genovali si avvicina alla scrittura di Anna Seghers, che ad esempio ne “La rivolta dei pescatori di Santa Barbara” narra le vicende di uomini di mare, anche loro sconfitti, eppure consapevoli che un nuovo e più fortunato tempo sarebbe giunto.

Non mancano qua e là alcuni refusi, che saranno senza dubbio corretti in vista della seconda edizione del romanzo, sono in ogni caso perdonabili, perché figli dell’urgenza di scrivere, di comunicare, la qualità sicuramente più ammirevole dell’autore.

Davide Rossi

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