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In questi giorni di aggressione alla democrazia italiana, di rimozione dei diritti sociali, con la perdita del lavoro da parte di migliaia di donne e di uomini, e civili, con la legge bavaglio, sul sito del quotidiano “La Repubblica” un intervento dei lettori afferma: “C’era molta più trasparenza nella DDR (dove le intercettazioni non erano affatto limitate)!”. L’affermazione è singolare e i detrattori della Germania socialista potrebbero argomentare lungamente, ma svela una parte di verità, o meglio solleva una contraddizione, induce a riflettere sul senso e significato della parola democrazia. Democratica ad esempio può essere una nazione che garantisca la piena affermazione dei diritti sociali: casa, scuola, sanità, istruzione, accesso allo sport, tutela dell’infanzia con nidi e scuole materne, tutela degli anziani con adeguate pensioni e luoghi di socializzazione. Questo anche era la DDR, un paese complesso, non certo riducibile alla schematica definizione di una costola del cosiddetto “impero del male”. Venti anni di distanza dalla fine del campo socialista hanno, se non portato a più obiettive valutazioni, almeno sollevato crescenti dubbi sul desolante pensiero unico di matrice occidentale.

13 giugno ’10

Il direttivo del centro studi

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