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40 anni fa Muhammar Gheddafi abbatte la monarchia filo-occidente di re Idris per iniziare la costruzione di una Repubblica araba e socialista. Scrive il Libro Verde, un libro che ai marxisti di allora sembrava arretrato, ma che letto oggi mostra la grande capacità di coniugare le istanze sociali del pensiero islamico con le ragioni del pensiero socialista. Nella Libia di oggi i cittadini sono tutelati fin dalla nascita con la presenza massiccia di uno stato sociale che risponde a tutte le esigenze: sanità, casa, scuola, lavoro e pensioni. I cittadini inoltre partecipano attivamente e in modo diretto ai momenti assembleari chiamati a determinare la vita politica libica. È un sistema di coinvolgimento diretto e una forma riuscita di assemblearismo, nel quale si esprimono richieste e istanze di base e parallelamente si promuove una costante crescita e informazione delle scelte interne e internazionali compiute dalla Repubblica.

Ma lo sforzo più grande della Repubblica libica è da sempre, senza dubbio, quello per la costruzione di un’alternativa mondiale tanto al pensiero unico, quanto al blocco di potere occidentale che ne è espressione. Non a caso per la sua partecipazione al movimento dei non allineati – in stretta collaborazione con lo jugoslavo Tito – e per il suo sostegno alla causa palestinese, la Libia è stata bollata tra gli anni ’70 e ’80 da parte degli Stati Uniti come terrorista.

Ancora oggi la Libia e Gheddafi rappresentano, dentro la ricerca di indipendenza, autonomia e rispetto che sta compiendo l’Unione Africana (che la Libia e Gheddafi presiedono), un percorso che contrasta le logiche di sfruttamento delle materie prime del continente africano. Un’azione volta a costruire un nuovo protagonismo politico per l’Africa.

A Gheddafi vengono spesso rimproverati i suoi atteggiamenti e il suo modo di vestire, che in realtà corrispondono alla legittima affermazione e al rispetto per le tradizioni culturali del proprio popolo. Altra critica mossa al leader libico è quella relativa all’accordo con Berlusconi in merito ai flussi migratori. Evidentemente il problema è complesso e non può essere affrontato brevemente, tuttavia i campi di detenzione presenti in Libia sono il frutto di un accordo, certo condannabile, che lega la Libia all’Unione Europea e che prevede di fatto la violazione, da parte dell’Unione Europea, dei diritti umani non sul proprio territorio, ma in quello africano. È del tutto chiaro che, poiché l’UE vuole respingere gli stranieri ma non vuole applicare questi metodi sul proprio territorio, cerchi dei partner, nel bacino del Mediterraneo, che siano disponibili a cooperare senza bisogno di doversi nascondere dietro un atteggiamento ipocrita.

Nel salutare il 40° anniversario della rivoluzione libica non si può quindi negarne i meriti, nascondendosi dietro il tema delle migrazioni, i cui primi responsabili sono la Commissione e i governi europei.

 

Primo settembre ’09

 

Davide Rossi

Direttore Centro Studi “Anna Seghers”

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