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Dalle elezioni israeliane del febbraio 2009 la sinistra, pur di fronte alla preoccupante avanzata della destra, laica (Israel Beytenu), religiosa (Shas e partito della Torah), nazionalista (Likud) vede crescere i propri consensi.

I comunisti arabi e israeliani e le pantere nere, hanno ottenuto un seggio in più, oggi 4 (3,28%), con la lista Hadash, Fronte Democratico per la pace e l’uguaglianza. Dalla sua nascita, nel 1977, il Fronte, dichiaratamente non sionista, ha un progetto chiaro, due stati con una Palestina indipendente nei confini del 1967, ovvero precedenti alla guerra dei sei giorni, di conseguenza chiede l’uscita definitiva di Israele dai territori e l’evacuazione degli insediamenti dei coloni. Rivendica Gerusalemme est quale capitale dello stato palestinese. Sul fronte interno israeliano chiede la fine delle discriminazioni per i cittadini arabo – israeliani e il diritto per tutti i profughi palestinesi del 1948 al ritorno o alla compensazione economica. Chiaro l’impegno sui temi sociali, dalla richiesta di più forti diritti sindacali a forme di sostegno per i lavoratori e disoccupati, al rispetto dell’ambiente e contro le discriminazioni di genere.

Posizioni sostanzialmente simili per il partito RAAM, meglio noto come la Lista Araba Unita – Movimento Arabo di Rinnovamento, che ha anch’essa ottenuto un seggio in più, passando a 4 (3,52%), formazione politica nata nel 1996 dall’unione del partito arabo democratico e da vari gruppi, dagli islamici moderati ai nazionalisti arabi.

Fortemente combattivo il terzo partito della sinistra, guidato dal medico Azmi Bishara, laureatosi nei primi anni ’80 nella DDR, presso l’università Humboldt a Berlino, che nel 1996 ha fondato l’Assembla nazionale Democratica, Balad in ebraico, Tajammua in arabo. Alle posizioni di Hadash unisce ottimi rapporti con la Siria ed Hezbollah, chiede che Israele trasformi la costituzione che lo definisce “stato ebraico” in “stato dei cittadini” senza discriminazioni religiose o di altro tipo. Con il 2,6% ha confermato i tre seggi ottenuti nella precedente Knesset, scatenando come sempre l’ira della destra sionista che considera Balad un partito anti-israeliano, non comprendendo, questi sionisti, che quasi un milione di arabi laici, cristiani e musulmani sono a tutti gli effetti cittadini israeliani e hanno diritto di esprimere la loro rappresentanza politica.

La sinistra sionista, pacifista, aderente all’internazionale socialista è rappresentata dal Meretz, partito guidato da Yossi Beilin che chiede fine delle discriminazioni per gli arabi isrealiani, rispetto dei diritti delle donne e degli omosessuali, la nascita effettiva di una Palestina indipendente, la divisione tra stato e religione dentro Israele. L’apertura delle liste al Nuovo Movimento di scrittori e intellettuali per la pace ha portato scarsi risultati, il partito si è attestato al 2,93% restando con solo 3 deputati, la metà rispetto alla precedente legislatura.

Tolti questi 14 seggi conquistati alla Knesset da forze di sinistra, si apre il preoccupante scenario dei restanti 106 seggi.

Kadima, forza considerata centrista, guidata dall’allieva di Sharon Tzipi Livni, ha raccolto 28 seggi (22.5%), ma anche con il supporto dei laburisti di Barak, ministro della difesa ancora in carica, l’uomo che ha guidato l’aggressione a Gaza, (13 seggi 9,8%), oramai subalterni a Kadima in tutto e per tutto, raggiunge l’insostenibile minoranza di 41 seggi. Il Likud di Netanyahu con 27 seggi (21,4%) deve trovare alleati per realizzare un governo senza Kadima. La campagna del Likud, anti-araba e anti-palestinese, apre sia a Israel Beytenu (15 seggi 11.6%), guidato dal leader della minoranza russa Lieberman, promotore di una intensificazione della discriminazione degli arabi israeliani e del sostegno dei coloni israeliani in Palestina, sia al fronte religioso di sefarditi e askenaziti che insieme raccolgono 16 seggi con il 13% dei voti. Tuttavia un problema non da poco rischia di rendere impossibile la formazione del governo. Lieberman e i partiti religiosi sono stati sino a oggi al potere con Kadima, ma dopo la campagna elettorale hanno pubblicamente dichiarato che non siederanno più al governo l’un con l’altro. Motivo del contendere nasce dal fatto che Lieberman ha chiesto uno stato più laico con meno ingerenze dei rabbini, richiesta per altro fortemente presente tra la minoranza russa, spesso neppure ebrea, ma che si era dichiarata ebrea solo per andarsene dall’Unione Sovietica, controbilanciata dalle crescenti richieste dei partiti religiosi che pretendono maggiore rispetto per il sabato, ovvero chiusura dei locali e molte altre iniziative volte a rendere più confessionale di Israele. Un quadro fortemente complicato pure dalle ultime due formazioni entrate in parlamento, Casa Ebraica con 3 seggi (2,8%) e il partito dei coloni Unione Nazionale con 4 seggi (3,5%). Esclusa la sinistra e la coppia Kadima – laburisti, a Netanyahu restano 65 seggi su 120, a patto che riesca a mettere d’accordo tutti, altrimenti le alternative sono solo due, o un accordo tra Likud e Kadima, più coloro che vorranno partecipare, o un immediato ritorno alle urne. In ogni caso per il Medio Oriente e la Palestina si annunciano giorni decisamente difficili.

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