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Interrogarsi per tornare all’azione,

 superando l’inganno della “democrazia dell’alternanza”

di Giancarlo Pizzi

 

A sei mesi dalle elezioni italiane possiamo dire che non sono state inutili. Dalle elezioni è uscito un verdetto immediatamente politico di governo, ma sono usciti anche e soprattutto importanti elementi di interpretazione e di analisi che si riferiscono probabilmente ad una fase sociale e politica di medio-lungo periodo.

Un piccolo passo indietro.

Le elezioni per Marx dovevano solo decidere quali frazioni della classe dominante erano legittimate a costituire il governo, il “comitato d’affari della borghesia”

E a questo si potrebbe aggiungere l’omologazione tra destra e sinistra, il loro gioco delle parti nella gestione dello Stato e della società.

Ma non serve gridare “tutti sono uguali!”; la dialettica concordata tra destra e sinistra ha ragioni profonde, due fondamentalmente.

La prima ragione è l’obsolescenza e la crisi del politico di fronte all’economia. Dentro una fase di espansione capitalistica (espansione che non esclude ma anzi avviene attraverso la crisi) che diventa sistema-mondo,  dentro insomma la mondializzazione e la globalizzazione l’economia diventa il sistema guida della società, lo spazio e l’autonomia del politico si restringe.

In particolare si restringe l’attore  classico della sovranità, lo Stato-nazione, al quale restano -sempre più – solo prerogative puramente simboliche e non è più capace di decisioni proprie in contrasto con i processi della mondializzazione.

Quel libro del “Capitale” sul mercato mondiale che Marx non scrisse, lo vediamo aprirsi sotto i nostri occhi.

La seconda ragione deriva dalla prima: le elites politiche capitalistiche sembrano aver trovato nella democrazia la forma societaria e politica insuperabile, la forma dello sviluppo.

Fra l’altro questa concordanza ideologica e politica non è da considerarsi eterna, immutabile. Come dimostra la scelta capitalistica del fascismo e del nazismo nel passato, e forme autoritarie di tipo nuovo in vari paesi in via di sviluppo.

Ma comunque la scelta dominante della forma democratica (naturalmente con le sue restrizioni e lo sviluppo parallelo di nuove funzioni repressive) impone una “religione della democrazia” che assomiglia sempre più ad un rito, privo di reali contenuti emancipativi.

Dentro questo quadro sinistra e destra diventano elementi di una dialettica che produce sempre una sintesi. Tra destra e sinistra le differenze sono accentuazioni simboliche che servono ad incanalare le pulsioni collettive della società.

A questo si accompagna la neutralizzazione della politica come forma di critica e di iniziativa autonoma. La spoliticizzazione delle masse, che precede anche dalla fine del primato del sistema politico, è però non solo un fenomeno storico “naturale”, ma una strategia capitalista determinata. Dati questi primi elementi di una critica della “democrazia reale”, confrontiamoli con le nuove forme di finanziamento che il risultato elettorale indica. In  Italia non esiste una tradizione di grossa coalizione, che d’altra parte la schiacciante vittoria della destra rende non necessaria.

Ma la  “democrazia  normale” o dell’”alternanza”, come la definiscono Berlusconi e Veltroni, trova il suo sbocco in un nuovo clima politico. Il bipolarismo riduce drasticamente la complessità sociale e la nuova dialettica unitaria chiude ogni spazio all’emergenza del conflitto e del dissenso reale. Restano da essere analizzati due elementi specifici del risultato elettorale: la scomparsa della sinistra cosiddetta “radicale” e il grande successo della Lega. La cancellazione della sinistra radicale, oltre che il prodotto del Partito Democratico, delle tendenze suicida delle stesse formazioni radicali, è da spiegarsi dentro il quadro che abbiamo sopra delineato, cioè dentro le tendenze alla costituzione di una nuova forma di democrazia specializzata e autoritaria.

Non si può allora ridurre il voto alla Lega ad un voto di protesta. E’ stato giustamente osservato il radicamento territoriale della Lega la sua capacità di rappresentare interessi strutturati che vanno dall’operaio al padrone in un  tessuto produttivo in lotta dentro la mondializzazione. Non si tratterebbe però di una pura risposta repressiva, legata alla tradizione, ma di una specie di “sindacalismo” corporativo dentro i reali meccanismi della globalizzazione dei mercati. Nessuno (nemmeno Tremonti) può essere così demente, infatti, da pensare che la mondializzazione possa essere contenuta. Si tratta per la Lega solo di creare e mantenere degli spazi di esistenza economica. Rimane il problema del “che fare?”: globalizzazione, obsolescenza dello Stato nazionale e dell’Europa, crisi reale del Welfare State, abbassamento delle condizioni di vita. Ecco i problemi da cui ripartire per una nuova riflessione e un nuovo ciclo di lotte.

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