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Davvero sconcertante che la giusta denuncia della violenza neonazista che arriva a marchiare – era un gruppo di quattro teste rasate –  una svastica su una giovane ragazza di Mittweida, nell’est della Germania, intervenuta in difesa di una bambina extracomunitaria maltrattata da questa feccia sociale neonazista, troppo spesso tollerata, si trasformi, su  “Repubblica” on line, in un sommario articolo che ha come risultato, più o meno intenzionale, di parificare nazismo e comunismo, e gettare una luce sottilmente razzista sui tedeschi dell’ex DDR, delle persone  – secondo l’articolista Andrea Tarquini – vissute sotto una dittatura.
Tarquini scrive: “Ancora una volta, un crimine neonazista ha per teatro la Germania orientale. Cioè l’ex “Ddr” (la dittatura comunista che difese la sua esistenza con il Muro di Berlino per bloccare le fughe verso la libertà). Nell’est tedesco, tre generazioni hanno vissuto sotto dittature: prima Hitler dal 1933 al 1945, poi dal dopoguerra al 1989 lo stalinismo più bieco durato appunto fino all’89, alla caduta del Muro e al crollo dell’Impero sovietico innescato dalla rivoluzione democratica polacca. Nell’est tedesco, i neonazisti trovano spesso terreno molto più fertile che non all’ovest – democratico dal 1945 e impregnato di cultura democratica – per la loro propaganda di odio.”
In dieci righe Tarquini, con leggerezza stupefacente, degna di un giornalismo sbrigativo e impreciso, infila una dietro l’altra affermazioni apodittiche:

1.    La DDR era una dittatura
2.    La DDR ha eretto un muro per impedire le fughe verso la libertà
3.    Dal ’45 all’89 la DDR è stato un paese di “bieco stalinismo”
4.    Solidarnosc ha realizzato in Polonia una “rivoluzione democratica”
5.    Nella ex DDR c’è meno cultura democratica, i suoi cittadini sarebbero quindi dei minus habens, a Ovest invece erano “impregnati” di cultura democratica. Per questo a est ci sono più neonazisti.

Probabilmente questo giornalista avrà molta fortuna e ottima carriera, complimenti, ma noi siamo stupiti e sconcertati. Soprattutto per i giovani che leggono e magari non hanno tutti gli strumenti per valutare simili considerazioni.
Leggere il fenomeno neonazista come un “corollario” del comunismo, leggere una continuità tra esperienze così nettamente opposte, come la storia del nazismo e del comunismo in Germania, sono affermazioni che ci lasciano senza parole.
Che cosa dovremmo fare? Scrivere a Repubblica, invitando a leggersi magari gli articoli del suo stesso giornale che documentano come la storia di Solidarnosc sia quella di un movimento politico finanziato da CIA, Vaticano e sindacati statunitensi, poco interessato alla libertà e molto al potere? Mandare a Repubblica un paio di libri di storia che documentano come nella democratica Germania Ovest i professori nazisti siano rimasti in cattedra e i generali in caserma, mentre nella DDR sono stati gli uni e gli altri allontanati? Regalare al Tarquini la documentazione che come Centro Studi stiamo raccogliendo sulla storia della DDR e del muro, ricordare a questo giornalista che nell’università di Berlino est, pochi mesi prima della costruzione del muro è scoppiata una bomba messa dai servizi segreti dell’Ovest? Che guarda caso con il muro è diventato impossibile portare da una parte all’altra di Berlino bombe in tram?
Ma probabilmente non interessa neppure ricordare che nel 1951 la polizia dell’ovest ha sparato e ucciso dei giovani dell’ovest che volevano andare al Festival mondiale della gioventù a Berlino est, o ancora meno interessa leggere l’interessante libro che spiega come la democratica Germania Ovest ha internato a partire dal dopoguerra negli ex campi di concentramento nazisti militanti comunisti e sindacalisti, che in alcuni casi, dietro quel filo spinato ci erano già stati messi dai nazisti.
Certo c’era la guerra fredda, certo la società tedesco orientale, come tutti i paesi dell’est Europa liberati dall’Armata Rossa, ha vissuto gli errori e le contraddizioni di quella epoca, la rigidità di una cultura politica che tuttavia si è nutrita di slanci, di entusiasmi, di voglia di costruire una società antifascista che chiudesse definitivamente la pagina del nazifascismo, senza alcun compromesso.
Ma intuisco che tutti questi argomenti non interessino Tarquini che conclude il suo articolo scrivendo: “Tra militanti e fiancheggiatori della Npd neonazista ci sono anche nostalgici della dittatura stalinista, la Ddr. Rimpiangono, gli uni e gli altri, regimi che avevano chiuso la società nella sicurezza da gabbia dorata di una prigione, e dimenticano o fingono di dimenticare i milioni e milioni di vittime del terrore. Di cui, pure, i bambini apprendono a scuola in Germania fin dalle elementari.”
Premesso che ho qualche dubbio sul fatto che nostalgici della DDR militino insieme ai neonazisti, e nel caso comunque non sono nostalgici, ma sbandati che andrebbero affidati ai servizi sociali per un recupero quanto mai urgente, mi chiedo ancora una volta, ma è possibile identificare nazismo e DDR con tanta faciloneria e superficialità? Mi sembra che si rasenti l’incomprensibile.
Aggiungo inoltre che dovremmo invece preoccuparci e molto per questi ventenni tedeschi che aderiscono al neonazismo e che sono nati e vissuti nella nuova Germania unificata, in quella che secondo l’articolista dovrebbe essere l’esempio della libertà, perché nella loro riprovevole scelta di aderire ad un pensiero di sterminio e di violenza come il nazismo, muovono probabilmente, oltre che da ignoranza, da una paura consapevole della crisi del sistema occidentale e vi si ribellano nella maniera più ignobile, riconoscendosi e praticando la violenza neonazista.
Sbandierare tuttavia il mito occidentale e dell’occidente democratico, mentre il nostro sistema si fa sempre più esile, fragile, precario, senza casa e senza lavoro, rischia di essere un atteggiamento stridente con il presente e poco credibile rispetto al passato. Una lettura iper – ideologica degli anni che ci hanno preceduto, come quella fornita da Tarquini, non aiuta certo, anzi se può soddisfare forse i lettori di quel quotidiano, apre margini di ulteriore incomprensione con le giovani generazioni, quale che sia la loro formazione e il loro pensiero. Sconforto e preoccupazione sono grandi.
Solo di un fatto siamo certi, noi come Centro Studi, promuoviamo appunto lo studio, la ricerca e la conoscenza della storia attraverso le nostre attività e le nostre pubblicazioni.
È certamente poco, ma è lo sforzo che sentiamo di poter fare per costruire un domani più giusto, più eguale, più equo, per quanto possibile migliore. Probabilmente continuiamo ad essere sinceramente internazionalisti, proprio nel solco del pensiero di Anna Seghers, donna di cultura della DDR, dopo che i suoi libri i nazisti li avevano bruciati costringendola all’esilio.
Con buona pace dell’articolista, come già Anna Seghers, reputiamo tutte le donne e gli uomini della terra meritevoli di una vita dignitosa, fondata sul rispetto della dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo.

 

Davide Rossi, direttore del Centro Studi “Anna Seghers”

24 novembre ’07

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