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	<title>Centro Studi Anna Seghers</title>
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		<title>Centro Studi Anna Seghers</title>
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		<title>Anna Seghers e la DDR 1949 &#8211; 1989 &#8211; 2009</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Oct 2009 11:55:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://annaseghers.wordpress.com/?p=134</guid>
		<description><![CDATA[di

Davide Rossi

Direttore Centro Studi “Anna Seghers” 

Enzo Collotti ha tracciato nel ’92 in una pagina del libro dedicato proprio al passaggio “Dalle due Germanie alla Germania unita” per Einaudi un ritratto brevissimo eppure preciso e puntuale di Anna Seghers e del suo rapporto con la DDR. Scrive Collotti: al VII congresso dell’unione degli scrittori della DDR, che si svolse a Berlino nel novembre del 1973, …, in Anna Seghers, amata e rispettata figura del vecchio umanesimo antifascista che era stato il sigillo primo della rinascita culturale della DDR, era presente la tensione tra una scelta ideale, che era una vera e propria scelta di vita, e il dialogo con le generazioni più giovani. Del resto la dichiarazione di identificazione con la DDR contenuta nelle parole della Seghers, insieme alla risonanza delle difficoltà che avevano rafforzato i vincoli con la DDR, era più che legittima: “con il nostro lavoro abbiamo partecipato ala costruzione del nostro stato. Con il nostro lavoro festeggiamo la sua esistenza spesso negata, spesso contestata, spesso diffamata, finalmente riconosciuta dal mondo, ora venticinquennale.”
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			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>Noi del centro studi, in questo anno in cui ricorrono il 60° anniversario della nascita della DDR avvenuta il 7 ottobre 1949 e il 20° della caduta del muro (9 novembre 1989), constatiamo come prevalga ancora e sempre l’atteggiamento ideologico della guerra fredda che in Occidente ha come solo obiettivo la criminalizzazione di quella esperienza e di quella nazione. È una constatazione sconfortante ma inevitabile. Berlino è stata uno dei luoghi principali della guerra fredda, il suo cuore e il suo centro. È stato anche il luogo, non solo simbolico, della vittoria dell’Occidente che ha utilizzato le armi della propaganda, del consumismo e della pubblicità per attaccare e ridicolizzare l’esperienza socialista, la quale seppur tra mille contraddizioni e difficoltà si sviluppava nell’altra parte di città che era capitale della DDR.</p>
<p>Avremo modo di ritornare in maniera ampia e articolata, in dibattiti pubblici e in forma scritta per esprimere il nostro pensiero. Valgano &#8211; per tutte &#8211; tre considerazioni. Al di là della propaganda di allora che anche in campo ambientalista leggeva nei paesi dell’est e nella DDR dei mostri ecologici, l’emergere di analisi e ricerche serie ed approfondite sta portando ad una totale rivalutazione delle scelte ecologiche della DDR. Una legislazione stringente contro l’inquinamento, la raccolta differenziata praticata a Berlino e largamente diffusa nel resto della nazione e ad esempio allora sconosciuta a Berlino Ovest, la prevalenza del trasporto pubblico, metro, bus, treni, su quello decisamente più inquinante di automobili e automezzi privati.</p>
<p>Secondo punto: la solidarietà internazionale, non indifferente alla luce di un presente, nel 2009, in cui le disuguaglianze tra nord e sud del mondo sono uno dei temi centrali della crisi del pianeta.</p>
<p>La DDR sosteneva gli esuli cileni, sudamericani e di larga parte del mondo, dando loro ospitalità lavoro e accesso agli studi universitari. In Cile ancor oggi vi sono donne e uomini che vivono grazie all’integrazione della pensione che viene loro da quanto ricevuto dopo 15 anni di lavoro in DDR. Per non parlare del caffé nicaraguese, dello zucchero cubano, di una rete di scambi economici internazionali fondata sul giusto prezzo (anche in questo caso praticata ben prima della nascita in Occidente del commercio equo e solidale), sul rispetto dei popoli e sul loro diritto a poter vivere, crescere, studiare, svilupparsi senza dover emigrare.</p>
<p>Terza considerazione, i diritti civili. Nella DDR a partire dai primissimi anni ’60 si sviluppa una campagna di educazione sessuale, di rispetto della sessualità dei giovani e del loro diritto ad avere fin dalla adolescenza rapporti sessuali prematrimoniali, fatti del tutto inimmaginabili nella bacchettona Europa occidentale dell’epoca. Per non dire dei diritti alla pillola anticoncezionale, al divorzio, allora ottenibile in tempi brevi e di fatto gratuito, e all’aborto.</p>
<p>Da ultimo doloroso per la coscienza europea, ma da ripetere e da considerare, la DDR aveva cacciato docenti, funzionari pubblici e militari nazisti, i quali hanno facilmente trovato collocazione, in molti casi, ancora nelle scuola, nelle università, nei ministeri e nell’esercito, ovviamente della Repubblica Federale Tedesca e in alcuni casi dell’Austria.</p>
<p>L’autodifesa del 1992 di Erich Honecker, che si trova in traduzione italiana su internet è un testo da leggere con attenzione e che in taluni passaggi sottolinea verità incontestabili.</p>
<p>Sono quindi molte le ragioni per portare rispetto ad un’esperienza che non ha luci o ombre superiori o inferiori a quelle delle nostre democrazie, sempre più precarie nel rispetto dei diritti, civili e sociali, e che diventano del tutto imbarazzanti quando pretendono di esportare “la democrazia” a mano armata in giro per il mondo, con un fine neppure troppo occulto che è quello di impadronirsi delle materie prime di quei popoli.</p>
<p>La DDR è stata una parte importante della storia del movimento socialista del Novecento. Noi del centro studi “Anna Seghers” cerchiamo di unire memoria e ricerca storica con la serietà, l’impegno e la determinazione che sempre più tante persone e tanti studiosi, di pensieri e orientamenti politici differenti, ci riconoscono.</p>
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			<media:title type="html">Admin</media:title>
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	</item>
		<item>
		<title>Margherita Hack prima firmataria dell&#8217;appello per il monumento di Marx e di Engels a Berlino</title>
		<link>http://annaseghers.wordpress.com/2009/09/30/margherita-hack-prima-firmataria-dellappello-per-il-monumento-di-marx-e-di-engels-a-berlino/</link>
		<comments>http://annaseghers.wordpress.com/2009/09/30/margherita-hack-prima-firmataria-dellappello-per-il-monumento-di-marx-e-di-engels-a-berlino/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 30 Sep 2009 16:04:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Berlino, la città di Anna]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://annaseghers.wordpress.com/?p=138</guid>
		<description><![CDATA[Primo elenco dei firmatari Appello Aufruf – In difesa del monumento a Marx ed Engels a Berlino – Zur Verteidigung des Marx und Engels Denkmals in Berlin:<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=annaseghers.wordpress.com&blog=599323&post=138&subd=annaseghers&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>promotori e primi firmatari: Verteiler und Erstunterschreiber:</p>
<p>•    Davide Rossi – direttore Centro Studi “Anna Seghers” – www.annaseghers.it<br />
•    Emilio Sabatino – segretario nazionale SISA – www.sisascuola.it<br />
•    Massimiliano Ay – segretario Partito Comunista del Canton Ticino – Svizzera  www.partitocomunista.ch</p>
<p>Primi firmatari:</p>
<p>•    Margherita Hack – astrofisica</p>
<p>•    Noemi Lanzani – Coordinatrice nazionale SISA Studenti</p>
<p>•  Mattia  Tagliaferri &#8211; Coordinatore SISA Svizzera</p>
<p>•    Monika Melchert – Centro Studi “Anna Seghers” Berlino<br />
•    Christina Schreiber Centro Studi “Anna Seghers” Magonza<br />
•    Norberto Crivelli – presidente nazionale del Partito Svizzero del Lavoro<br />
•    Roberto Galtieri – direzione nazionale PdCI Italia<br />
•    Marina Wyss – dirigente sindacale Svizzera<br />
•    Federico Brambilla – sindacalista SISA Italia<br />
•    Monica Martenghi -membro del CC e dell&#8217;Ufficio politico del PMLI e Direttrice responsabile de &#8220;Il Bolscevico&#8221;<br />
•    Sonja Crivelli – Comitato centrale del partito svizzero del Lavoro<br />
•    Cecilia Toledo &#8211; Chemarx<br />
•    Esteban Munoz pour le Comité de Chemarx Centre Helvétique d&#8217;Etudes Marxistes di Ginevra<br />
•    Sinistra Jugenverbands REBELL<br />
•    Maxi Wartelsteiner &#8211; Dipl.-Journalistin, Beucha bei Leipzig<br />
•    Herbert Münchow &#8211; Gewerkschafter<br />
•    Eleonora Gambardella<br />
•    Sonia Boria<br />
•    Giorgio Raccichini</p>
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			<media:title type="html">Admin</media:title>
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	</item>
		<item>
		<title>Appello Aufruf &#8211; In difesa del monumento a Marx ed Engels a Berlino &#8211; Zur Verteidigung des Marx und Engels Denkmals in Berlin</title>
		<link>http://annaseghers.wordpress.com/2009/06/27/appello-aufruf-in-difesa-del-monumento-a-marx-ed-engels-a-berlino-zur-verteidigung-des-marx-und-engels-denkmals-in-berlin/</link>
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		<pubDate>Sat, 27 Jun 2009 12:49:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://annaseghers.wordpress.com/?p=127</guid>
		<description><![CDATA[ADESIONI A engelsmarx@libero.it<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=annaseghers.wordpress.com&blog=599323&post=127&subd=annaseghers&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p><strong>Appello</strong></p>
<p><strong>In difesa del monumento a Marx ed Engels a Berlino</strong></p>
<p>Il monumento bronzeo che raffigura Marx ed Engels, opera dello scultore Ludwig Engelhardt, posizionato nel verdissimo parco antistante il Municipio Rosso, dietro Alexanderplatz, nel 1986, sotto la celebre e visibilissima torre della televisione della DDR sta per essere eliminato e con esso il parco, perché l’area è stata resa edificabile.</p>
<p>La scelta è grave e chiediamo venga bloccata.</p>
<p>È risaputo che da vent’anni la Germania unificata cerca, a Berlino più che nel resto della ex DDR, di eliminare i luoghi della memoria collettiva dei cittadini tedesco orientali.</p>
<p>La casa dell’insegnante in Alexanderplatz è stata “coperta” da nuove costruzioni e resa invisibile.</p>
<p>In Chuasseestrasse lo stadio del Festival mondiale della gioventù del 1973, il più grande della città, è stato rapidamente raso al suolo. Su quel terreno, oggi sabbioso, dovrebbe sorgere la sede dei servizi segreti tedeschi. Dall’altro lato della strada il caffé che riportava l’insegna “Stadion der weltjugend”, l’ha rimossa.</p>
<p>Enormi le polemiche per la distruzione del Palazzo dello Stato, luogo non solo della politica tedesco orientale, ma anche delle feste, dei matrimoni, dei ricordi intimi dei berlinesi della DDR.</p>
<p>Questa incessante volontà cancellatrice ora vuole colpire il monumento dedicato ai due pensatori e il parco che li accoglie.</p>
<p>Come Centro Studi “Anna Seghers” lanciamo un appello internazionale per il mantenimento del monumento e la preservazione del parco.</p>
<p>Ci auguriamo che donne e uomini di buona volontà si uniscano a noi, perché non è cancellando la memoria che si costruisce il futuro.</p>
<p><em> </em></p>
<p><strong>Aufruf</strong></p>
<p> </p>
<p><strong>Zur Verteidigung des Marx und Engels Denkmals in Berlin</strong></p>
<p> </p>
<p>Das bronzene Denkmal, das Marx und Engels darstellt, Werk des Bildhauers Ludwig Engelhardt, aufgestellt 1986 in einem grünen Park gegenüber dem Roten Rathaus, dahinter der Alexanderplatz mit dem berühmten und weithin sichtbaren Fernsehturm der DDR, soll entfernt werden und mit ihm der Park, weil das Terrain zum Baugelände geworden ist.</p>
<p>Diese Entscheidung ist schwerwiegend und wir fordern auf, sie zu verhindern.</p>
<p>Es ist allbekannt, dass das seit 20 Jahren wiedervereinigte Deutschland versucht, in Berlin mehr als im Rest der Ex-DDR, die Orte der kollektiven Erinnerung der Ostdeutschen auszulöschen.</p>
<p>Das Haus der Lehrer auf dem Alexanderplatz ist verdeckt von neuen Gebäuden und unsichtbar geworden.</p>
<p>In der Chausseestraße wurde das Stadion zum Weltfestival der Jugend von 1973, das größte der Stadt, in Windeseile dem Erdboden gleichgemacht. Auf diesem heute versandeten Grundstück wird sich der Sitz des Deutschen Geheimdienstes erheben. Auf der anderen Seite der Straße hat das Café das Schild entfernt, das den Namen „Stadion der Weltjugend“ trug.</p>
<p>Groß war die Auseinandersetzung zum Abriss des Palastes der Republik, der nicht nur Ort der Politik, sondern auch der Feste, Hochzeiten, der persönlichen Erinnerung der Berliner aus der DDR gewesen ist.</p>
<p>Dieser unaufhörliche Wille zum Beseitigen trifft heute auch das Denkmal, das den beiden Denkern gewidmet ist und den umgebenden Park.</p>
<p>Als Studienzentrum „Anna Seghers“ senden wir einen internationalen Appell zur Erhaltung des Denkmals und zur Bewahrung des Parks.</p>
<p>Wir wünschen uns, dass Frauen und Männer, die guten Willens sind, sich uns anschließen, damit das Vermächtnis, auf dem sich die Zukunft aufbaut, nicht ausgelöscht wird.</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p> </p>
<p>22.6.2009</p>
<p> </p>
<p>promotori e primi firmatari: Verteiler und Erstunterschreiber:</p>
<p> </p>
<p> </p>
<p><em>Davide Rossi – direttore Centro Studi “Anna Seghers” – www.annaseghers.it</em></p>
<p><em> Emilio Sabatino – segretario nazionale SISA – www.sisascuola.it </em></p>
<p><em>Massimiliano Ay – segretario Partito Comunista del Canton Ticino &#8211; Svizzera  www.partitocomunista.ch  </em></p>
<p><em> </em></p>
<p align="center"><em>ADESIONI A </em><strong>engelsmarx@libero.it</strong><em> </em></p>
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		<item>
		<title>40° anniversario della Rivoluzione libica 1° settembre 1969 – 1° settembre 2009</title>
		<link>http://annaseghers.wordpress.com/2009/06/26/40%c2%b0-anniversario-della-rivoluzione-libica-1%c2%b0-settembre-1969-%e2%80%93-1%c2%b0-settembre-2009/</link>
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		<pubDate>Fri, 26 Jun 2009 06:34:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://annaseghers.wordpress.com/?p=130</guid>
		<description><![CDATA[1° settembre 1969 – 1° settembre 2009



 
40 anni fa Muhammar Gheddafi abbatte la monarchia filo-occidente di re Idris per iniziare la costruzione di una Repubblica araba e socialista. Scrive il Libro Verde, un libro che ai marxisti di allora sembrava arretrato, ma che letto oggi mostra la grande capacità di coniugare le istanze sociali del pensiero islamico con le ragioni del pensiero socialista.<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=annaseghers.wordpress.com&blog=599323&post=130&subd=annaseghers&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;">40 anni fa Muhammar Gheddafi abbatte la monarchia filo-occidente di re Idris per iniziare la costruzione di una Repubblica araba e socialista. Scrive il Libro Verde, un libro che ai marxisti di allora sembrava arretrato, ma che letto oggi mostra la grande capacità di coniugare le istanze sociali del pensiero islamico con le ragioni del pensiero socialista. Nella Libia di oggi i cittadini sono tutelati fin dalla nascita con la presenza massiccia di uno stato sociale che risponde a tutte le esigenze: sanità, casa, scuola, lavoro e pensioni. I cittadini inoltre partecipano attivamente e in modo diretto ai momenti assembleari chiamati a determinare la vita politica libica. È un sistema di coinvolgimento diretto e una forma riuscita di assemblearismo, nel quale si esprimono richieste e istanze di base e parallelamente si promuove una costante crescita e informazione delle scelte interne e internazionali compiute dalla Repubblica.</p>
<p style="text-align:justify;">Ma lo sforzo più grande della Repubblica libica è da sempre, senza dubbio, quello per la costruzione di un&#8217;alternativa mondiale tanto al pensiero unico, quanto al blocco di potere occidentale che ne è espressione. Non a caso per la sua partecipazione al movimento dei non allineati &#8211; in stretta collaborazione con lo jugoslavo Tito &#8211; e per il suo sostegno alla causa palestinese, la Libia è stata bollata tra gli anni &#8216;70 e &#8216;80 da parte degli Stati Uniti come terrorista.</p>
<p style="text-align:justify;">Ancora oggi la Libia e Gheddafi rappresentano, dentro la ricerca di indipendenza, autonomia e rispetto che sta compiendo l&#8217;Unione Africana (che la Libia e Gheddafi presiedono), un percorso che contrasta le logiche di sfruttamento delle materie prime del continente africano. Un’azione volta a costruire un nuovo protagonismo politico per l’Africa.</p>
<p style="text-align:justify;">A Gheddafi vengono spesso rimproverati i suoi atteggiamenti e il suo modo di vestire, che in realtà corrispondono alla legittima affermazione e al rispetto per le tradizioni culturali del proprio popolo. Altra critica mossa al leader libico è quella relativa all&#8217;accordo con Berlusconi in merito ai flussi migratori. Evidentemente il problema è complesso e non può essere affrontato brevemente, tuttavia i campi di detenzione presenti in Libia sono il frutto di un accordo, certo condannabile, che lega la Libia all&#8217;Unione Europea e che prevede di fatto la violazione, da parte dell&#8217;Unione Europea, dei diritti umani non sul proprio territorio, ma in quello africano. È del tutto chiaro che, poiché l&#8217;UE vuole respingere gli stranieri ma non vuole applicare questi metodi sul proprio territorio, cerchi dei partner, nel bacino del Mediterraneo, che siano disponibili a cooperare senza bisogno di doversi nascondere dietro un atteggiamento ipocrita.</p>
<p style="text-align:justify;">Nel salutare il 40° anniversario della rivoluzione libica non si può quindi negarne i meriti, nascondendosi dietro il tema delle migrazioni, i cui primi responsabili sono la Commissione e i governi europei.</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;">Primo settembre ’09</p>
<p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;">Davide Rossi</p>
<p style="text-align:justify;">Direttore Centro Studi “Anna Seghers”</p>
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		<title>Il muro di Berlino all’esame di maturità 2009</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Jun 2009 13:17:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[Più che un tema di attualità, è un tema di storia quello assegnato agli studenti italiani per l’esame di maturità. <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=annaseghers.wordpress.com&blog=599323&post=124&subd=annaseghers&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p style="text-align:justify;"> </p>
<p style="text-align:justify;">di Davide Rossi</p>
<p style="text-align:justify;"><em>&#8220;</em><em>Con legge 61 del 15 aprile 2005, il 9 novembre è stato dichiarato giorno della libertà, quale ricorrenza dell&#8217;abbattimento del Muro di Berlino, evento simbolo per la liberazione di paesi oppressi e auspicio per le popolazioni tuttora soggette al totalitarismo. A 20 anni dalla caduta del muro di Berlino, il candidato rifletta sul valore simbolico di quell&#8217;evento ed esprima la propria opinione sul significato di libertà e democrazia&#8221;</em></p>
<p style="text-align:justify;">Più che un tema di attualità, è un tema di storia quello assegnato agli studenti italiani per l’esame di maturità. L’impostazione è evidente. Esistevano, secondo gli autori della traccia, paesi oppressi e privi di libertà, di cui la DDR era l’esempio. Poi è venuta la liberazione. L’impostazione non ha per nulla la nostra condivisione. La storia dell’Europa Orientale, del comunismo, è ben più complessa. Lo schema proposto è il risultato della guerra fredda. Francamente superati entrambi, la guerra fredda, quanto lo schema interpretativo buoni/cattivi. Oggi, meglio di venti anni fa, possiamo leggere quegli avvenimenti nella loro complessità. Certo viene da chiedersi, quanti docenti di storia sappiano e abbiano insegnato in questi anni ai loro studenti che la DDR rispettava l’ambiente, con raccolta differenziata e più mezzi pubblici che automobili private rispetto alla Germania Occidentale (BDR), che in DDR si era solidali con i popoli in lotta, dal Cile al Nicaragua, mentre la BDR commerciava con il Sudafrica razzista dell’apartheid, come in DDR rispetto alla BDR erano stati allontanati tutti i nazisti da scuole, ministeri ed esercito. Libertà e democrazia sono per altro temi complessi, non riducibili o identificabili con l’Occidente. Come gli avvenimenti di questo nuovo secolo stanno ampiamente dimostrando. L’appropriazione delle materie prime a danno dei popoli del Sud del pianeta, l’imposizione “manu militari” di governi amici, rendono del tutto fragile, esile, l’interpretazione occidentale di libertà e democrazia. Infatti è più problematico intenderli e riflettere fuori da una linea univoca, degna solo della propaganda, quale che sia l’indirizzo culturale a cui ci si conforma. Ci auguriamo che non solo i ragazzi abbiano avuto gli strumenti per valutare criticamente questa traccia e svilupparla, ma che ugualmente i membri delle commissioni manifestino la ricchezza culturale e il rispetto per tutte le tesi, non solo quelle che, inseguendo supinamente la traccia, criminalizzano la DDR, ma anche quelle che ne vogliano promuovere una memoria scevra da pressapochismi e preclusioni ideologiche. Il Centro Studi “Anna Seghers” esiste anche e soprattutto per quei docenti e quegli studenti che senza voler rimanere in superficie, intendono confrontarsi con i documenti e le più recenti ricerche in campo storico e letterario relative a quello che è stato definito il campo socialista, che ha abbracciato larga parte dell’Europa Orientale, ma che ha avuto rapporti, presenze e ramificazioni, ben oltre questo confine geografico.</p>
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		<title>Pierre Radvanyi, il figlio di Anna</title>
		<link>http://annaseghers.wordpress.com/2009/06/24/pierre-radvanyi-il-figlio-di-anna/</link>
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		<pubDate>Wed, 24 Jun 2009 17:48:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[
di Davide Rossi

Passare una giornata con Pierre Radvanyi è una bella soddisfazione.<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=annaseghers.wordpress.com&blog=599323&post=107&subd=annaseghers&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p align="center"><strong><em>Pierre Radvanyi, il figlio di Anna</em></strong></p>
<p align="center"><em>di Davide Rossi</em></p>
<p>Passare una giornata con Pierre Radvanyi è una bella soddisfazione.</p>
<p> È un allegro, lucido, determinato uomo di oltre ottanta anni che porta nel volto, nelle parole e nel cuore, quei sentimenti grandi e profondi che hanno contraddistinto sua mamma Netty Reiling e suo papà Laszlo Radvanyi. Ugualmente condivisi dalla sua compagna da oltre mezzo secolo, Marie France, come Pierre delegata al Festival mondiale della gioventù di Berlino del 1951. La vita, soprattutto la giovinezza di Pierre, nato il 29 aprile 1926, i suoi primi 19 anni, sono un’avventura rivoluzionaria come poche. Merita di essere ascoltata, raccontata e ricordata. Intanto la sua mamma diventa la signora Netty Radvanyi, rinuncia alla cittadinanza tedesca per diventare cittadina ungherese e più tardi, dal 1946, messicana, e questo nome terrà nei documenti fino al 1949, quando diventerà cittadina di una nuova nazione. È importante sottolinearlo perché se Netty Radvanyi avesse assunto ufficialmente nei documenti lo pseudonimo scelto come scrittrice, sarebbe stata trovata e uccisa e con lei la sua famiglia. Netty riesce invece a rendere anche ridicolo, oltre che tragico, il male dei nazisti che con furia omicida la vogliono morta, perché questi assassini alla conquista dell’Europa le danno una caccia disperata, ma non si premurano della verifica anagrafica, della quale per altro era a conoscenza la polizia berlinese di prima del nazismo. La nota scrittrice Anna Seghers infatti non esiste. O meglio esiste ed è Netty Radvanyi, ma coloro che le danno la caccia, frugano nelle carte e nei documenti, cercano quel nome: “Anna Seghers” che diventerà scritto nero su bianco solo quando nascerà una Germania democratica che le tributerà la presidenza dell’Unione degli scrittori, una nazione di cui lei stessa sarà fondatrice, in una mite notte d’ottobre del ’49, la DDR.</p>
<p>Il giovane Peter Radvanyi è del tutto ignaro che diventerà, prima per necessità e poi per scelta, Pierre. Pochi giorni prima di compiere sei anni inizia il suo primo anno di scuola. È l’aprile del 1932. Aprile, perché la scuola della Repubblica di Weimar segue ancora il calendario prussiano. Le lezioni iniziano dopo pasqua.</p>
<p>La situazione politica è convulsa e sempre più preoccupante, mamma Netty è una conosciuta e amata scrittrice comunista, papà Laszlo presiede e organizza l’università popolare promossa dal partito. I comunisti della KPD sono forti e a Berlino ancor di più, ma i nazisti sono prossimi alla presa del potere, alle elezioni del 6 novembre ’32 raccolgono un terzo dei voti. I comunisti sono terzi con il 17%. Peter accompagna la mamma alla oceanica manifestazione di chiusura della campagna elettorale a Berlino, per Peter è l’occasione di vedere, seppur da lontano Ernst Thälmann. I suoi genitori hanno incontrato alcune volte Thälmann e frequentano con maggiore assiduità il segretario cittadino del partito Walter Ulbricht, un giovane capace di guidare i compagni all’assalto in Alexanderplatz delle camionette della polizia che venivano ribaltate per liberare i compagni e le compagne. Tutto ciò accadeva anche alla vigilia delle elezioni, quando i socialdemocratici, che controllavano la polizia, organizzavano le retate delle prostitute per impedire loro di votare, essendo nota la loro vicinanza al partito comunista. Poco dopo le elezioni Peter però si prende la scarlattina. Da novembre non va più a scuola. Ha fatto però in tempo a imparare a leggere e scrivere nel tedesco dei caratteri gotici. Sua sorella Ruth viene subito spedita da Hedwig, la nonna materna, a Magonza, e da nonno Isidor. Ruth ha quattro anni, non immagina certo che non metterà più piede a Berlino per più di vent’anni.</p>
<p>La salute di Peter migliora ma il medico consiglia prima riposo, poi un soggiorno in mezzo alla buona aria della Selva Nera. Mamma Netty lo accompagna e promette che passeranno alcuni giorni insieme, in modo che non si senta troppo solo. Anche in questo caso Peter, come sua sorella, non sa che Berlino la rivedrà solo nel 1951.</p>
<p>Arrivano la mattina del 27 febbraio ’33, il posto è bello e Peter chiede di poter pattinare sul ghiaccio. Sarà la sua prima e ultima volta. Alle nove e mezza di sera lui e la mamma sono sulla pista. L’altoparlante annuncia l’incendio del Reichstag. Mamma Netty capisce subito che deve correre a Berlino. La situazione sta precipitando. Si scusa con Peter e parte nella notte. Rientra a casa la mattina, Laszlo non c’è, è già fuggito. Al partito le diranno probabilmente dove. Nasconde alcune carte, mentre ancora è indaffarata, suonano alla porta, i vicini, simpatizzanti nazisti, hanno segnalato la famiglia Radvanyi come comunista. Portata in questura è rilasciata perché cittadina straniera. La polizia di Weimar non è sbrigativa come quella nazista, che la sostituirà nel giro di pochi giorni, al contrario è profondamente formalista e invita la cittadina ungherese a ritornare a casa e di tenersi a disposizione. Cittadina ungherese che non ne parla la lingua. Sì, perché Laszlo, che mai più metterà piede nel suo paese natale, è scappato nel 1919, a 19 anni, dopo che la repressione fascista dell’ammiraglio Horty si scatena contro i comunisti, protagonisti della breve Repubblica dei consigli guidata da Bela Kun. Laszlo in quei giorni ha fatto parte del “Circolo del sabato”, coordinato da György Lukács. In Germania consce Netty, la quale sposandolo ne condivide la cittadinanza. Arrivata a casa Netty raccoglie l’indispensabile, chiude la borsa, esce dalla porticina del retro, si volta, sospira. Capisce bene che non vedrà mai più la casa di Am Fischtal 56, quella in cui ha cresciuto i suoi figli nei loro primi anni, in cui ha vissuto intense pagine d’amore. Con l’aiuto del partito arriva a Zurigo e ritrova Laszlo e da qui nell’aprile ’33 si trasferiscono a Parigi. Trovano casa a Bellevue – Meudon. Nel giugno ’33 riabbraccia i figli a Strasburgo. Nonna Hedwig ha recuperato Peter e li accompagna entrambi. È un momento emozionate. Anna Seghers intanto è ricercata dalla Gestapo, che ha una sola idea, la vuole morta. I libri di Anna bruciano fuori dall’università Humboldt nella notte del 10 maggio ’33.</p>
<p>I mesi estivi di quell’anno passano felici in vacanza, nei pressi di Calais. A ottobre Peter è iscritto alla scuola comunale. I bambini francesi sono anti-tedeschi. Netty consiglia a Peter che è bene che si faccia chiamare Pierre. Sarà Pierre per sempre, nel dopoguerra scegliendo la Francia per i suoi studi in fisica, per lavorare, divenendone cittadino. Pierre trova dura la scuola. Netty allora, dovendo iscrivere lui al terzo anno e Ruth al primo, sceglie una scuola autogestita ispirata al metodo Frainet. I docenti sono compagni, per i due ragazzi sarà una bella e ricca esperienza. Passano gli anni e i genitori sono sempre più impegnati, le lotte e le iniziative culturali dei tedeschi antinazisti, il convegno a Parigi degli intellettuali antifascisti di tutto il mondo. Netty si reca in Belgio nella regione carbonifera del Borinage, a Mons e Flenu, scende nelle miniere. La Francia le ha impedito di visitare quelle transalpine. Ne nascerà il romanzo “I sette della miniera”. Netty va anche in Spagna a difendere con la forza delle sue idee la Repubblica. Una volta nei complessi trasferimenti tra Barcellona, Madrid, Valencia, riceve, gradita, dell’uva, ma è impolverata, chiede dell’acqua, la lava, la mangia, e poi ha sete e si beve l’acqua. I compagni miliziani ridono di gusto. Di fronte all’imponenza e alla bellezza di Peñíscola, la città di Papa Luna, l’antipapa Benedetto XIII, Netty sente che il suo destino sarà tra terra e mera, nutrito d’esilio. Pierre ricorda le manifestazioni del Fronte Popolare a Parigi e una agghiacciante e significativa mostra fotografica organizzata in Francia nel ’36, dedicata ai campi di concentramento di Dachau e Buchenwald, eppure l’Europa non ha dato alla storia degli internati comunisti, allora come oggi la giusta e drammatica importanza. E ancora gli amici scrittori sovietici della mamma, che venivano a trovarla, in particolare Ilya Ehrenburg. Arriva l’aprile 1940, la guerra è già in corso, Laszlo ad aprile è al Roland Garros, non per passione tennistica, ma come internato. È infatti un campo di concentramento per tedeschi, anche se antifascisti e cittadini di nazioni alleate dei nazisti, come l’Ungheria che ha ancora alla guida l’ammiraglio senza mare che ha costretto Laszlo e gli altri rivoluzionari a scappare per evitare la morte. Da Roland Garros viene portato a Vernet d’Ariege dove già diecimila tra comunisti e anarchici spagnoli, in fuga dopo la sconfitta della Repubblica, sono internati. Qui impara lo spagnolo, che gli sarà utilissimo in futuro, e tiene corsi di storia, filosofia ed economia marxista per gli internati.</p>
<p>Netty, Pierre e Ruth, scappano da Parigi prima dell’arrivo nazista, a piedi, su carri, treni merci, autocarri, di nuovo a piedi. Sono poi obbligati dall’esercito tedesco a tornare a Parigi. La Gestapo vuole e cerca Anna Seghers, scappano quindi a sud nella repubblica di Vichy a Pamiers, nella zona pirenenica, a nove chilometri dal campo in cui è rinchiuso Laszlo. Per Netty inizia il calvario della ricerca di un visto per scappare, un aiuto è venuto dall’ambasciatore ungherese Karoly, singolare personaggio, contrario a Horty, viene a patti con il regime in cambio di un incarico diplomatico che oltre a onorarlo lo tiene a debita distanza dalla madrepatria. Karoly nel 1938 rinnova a tutti i Radvanyi i documenti. Stringeranno così tra le mani un passaporto che li aiuterà. Tranne Pierre, i Radvanyi lo lasceranno per quello messicano nel 1945. A Marsiglia il Soccorso Rosso Internazionale aiuta in ogni modo possibile i compagni. Ma la situazione è disperata. Poche navi viaggiano, il mare è pericoloso, è teatro di guerra. Anche se commerciali o passeggeri, possono essere bloccate o affondate. Il presidente messicano Lazaro Cardenas invita tutti gli intellettuali antifascisti a raggiungere la patria di Villa e Zapata, vengono pubblicate liste di invitati, tra loro anche Anna Seghers. Netty Radvanyi si presenta al console messicano di Marsiglia, Gilberto Bosques. Gentile e onorato riceve la scrittrice, le chiede i documenti e legge: “Netty Radvanyi”. Gli sorge qualche dubbio. Anna – Netty dovrà tornare con testimoni che confermino la sua identità. Bosques concede il visto. Per lei. Netty chiarisce subito che senza il marito e i figli non partirà. Altri giorni, altra attesa, altri rischi, altre preoccupazioni. Infine il visto d’ingresso per tutti in Messico. Inizia una nuova avventura sul filo del pericolo. Bosques attira su di sé l’odio dei nazisti, lo arresteranno e deporteranno nel ’43 nel campo di concentramento di Bad Godesberg. Sopravvissuto e liberato, tornato in Messico, scriverà: &#8220;Ho applicato la politica del mio paese, una politica di aiuto, di sostegno materiale e morale agli eroici difensori della Repubblica spagnola, ai coraggiosi che hanno combattuto contro Hitler, Mussolini, Franco, Petain e Laval.&#8221;</p>
<p>I Radvanyi partono su un cargo commerciale. Con loro tra gli esuli, intellettuali di tutta Europa, spagnoli e catalani che piangono alla vista, da lontano, di Barcellona. La guerra li obbliga a approdi e arresti, in Algeria, in Marocco. In Martinica, territorio francese delle Antille, sono internati, ripartono per la Repubblica Dominicana, il dittatorie Rafael Leónidas Trujillo riceve tutti con onore, e fornisce acqua e sapone, letti comodi e ricevimenti. Ha ribattezzato la capitale Santo Domingo in Città Trujillo e vuole cercare di convincere gli esuli a contribuire allo sviluppo della nazione. In effetti Trujillo è un dittatore illuminato, ovunque ci sono le sue fotografie, ma fa anche costruire case, scuole, strade e presidi medici. La maggioranza assoluta degli esuli comunque riparte. I Radvanyi che hanno un visto di ingresso per il Messico, vorrebbero però trattenersi a New York, dove una folta comunità di tedeschi antinazisti è già presente.</p>
<p>Ma a Ellis Island sono bloccati, perché Ruth è miope, ma i medici pensano abbia problemi nervosi. I Radvanyi guardano da lì la statua della libertà. Prendono quindi la via del Messico, la nave fa scalo all’Avana, ma non possono scendere. Ne ammirano la bellezza e il Malecon dalla nave. Sbarcano finalmente a Vera Cruz e da lì risalgono a Città del Messico, subito affascinati dai luoghi e dal popolo.</p>
<p>La storia scorre veloce, prima vivono in un palazzo in calle Rio de la Plata 25, quindi in calle Industria 215. Pierre studia alla scuola francese e sogna Parigi. I genitori lottano e organizzano attività, incontrano gli amici Pablo Neruda, Tina Modotti, il pittore muralista Javier Guerrero, Firda Kahlo e Diego Rivera. Nel ’45 Pierre, finiti gli studi superiori e finita la guerra, chiede alla mamma di partire. L’ambasciatore statunitense è dubbioso nel concedere il visto di transito a un giovane con un passaporto ungherese vecchio, consumato e di una nazione, il regno d’Ungheria, fascista e alleata dei nazisti, una nazione che non esiste di fatto più perché l’Armata Rossa sta entrando a Budapest. Interviene Anna, il suo romanzo “La settima croce” è stato tradotto e stampato negli Stati Uniti così come “La gita delle ragazze morte”. Da “La settima croce” è stato realizzato un film con Spancer Tracy a Hollywood. L’ambasciatore capisce. Scriverà lui stesso alla macchina da scrivere il visto, applicherà la fotografia, chiamerà alcuni funzionari dell’ambasciata e intimerà a Pierre di giurare di non attentare alla vita del presidente degli Stati Uniti, è la prassi. Pierre sorridendo, ovviamente, giura.</p>
<p>Anna Seghers tornerà in Germania nel 1947, a Parigi abbraccia Pierre. Poi solo un treno militare la potrà portare e la porterà a Berlino. Pierre studia fisica con i Curie. I genitori e i figli della famiglia Radvanyi nel dopoguerra, nel tempo della guerra fredda, sceglieranno la loro strada. Anna Seghers senza esitazione e senza risparmio personale sarà la voce della letteratura della DDR, Laszlo, lasciati gli incarichi universitari che l’hanno visto precursore degli studi sociologici in Messico, raggiungerà Anna nel ’52, poco dopo anche Ruth, laureata in medicina a Parigi sceglierà Berlino. A Parigi resta Pierre, per una scelta che vale una vita.</p>
<p>Pierre, alla fine mi regala una gioia del tutto inaspettata. Gli chiedo se Anna sia stata in Italia. Mi risponde di sì, per quanto ne sa non a Roma o a Venezia. A Milano, agli inizi degli anni trenta. Io, che sono di Milano, sono contento di sapere che abbia mosso i suoi passi tra il duomo e il cenacolo, in galleria, fino a piazza Scala. Per luoghi che sono a me cari.</p>
<p> </p>
<p><em>Parigi – 17 giugno ’09</em></p>
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		<title>A Vicenza 4.7.09 NoNato e a L’Aquila 7.7.09 NoG8</title>
		<link>http://annaseghers.wordpress.com/2009/06/22/a-vicenza-4-7-09-nonato-e-a-l%e2%80%99aquila-7-7-09-nog8/</link>
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		<pubDate>Mon, 22 Jun 2009 18:55:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

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		<description><![CDATA[NoNato e NoG8 un impegno civile per un modo senza basi di guerra, di pace, di coesistenza pacifica e di pieno rispetto di tutte le donne e gli uomini della terra, perché un mondo giusto è solidale è possibile solo a patto di costruirlo costruirlo. Per queste e per molte altre ragioni il Centro Studi [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=annaseghers.wordpress.com&blog=599323&post=122&subd=annaseghers&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>NoNato e NoG8 un impegno civile per un modo senza basi di guerra, di pace, di coesistenza pacifica e di pieno rispetto di tutte le donne e gli uomini della terra, perché un mondo giusto è solidale è possibile solo a patto di costruirlo costruirlo. Per queste e per molte altre ragioni il Centro Studi sarà presente.</p>
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		<item>
		<title>Centro Studi “Anna Seghers”, un percorso tra storia, memoria e futuro.</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Jun 2009 21:35:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Su Anna Seghers]]></category>

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		<description><![CDATA[Centro Studi “Anna Seghers”, un percorso tra storia, memoria e futuro.
 
di Davide Rossi
 
Anna Seghers è nata a Magonza nel 1900 e si è spenta a Berlino Est il 1° giugno 1983, ne ricorre quindi in questi giorni il 26° anniversario. Tedesca, ebrea, comunista è stata scrittrice di grande rilievo, anche se oggi quasi dimenticata. All’avvento [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=annaseghers.wordpress.com&blog=599323&post=105&subd=annaseghers&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p align="center"><strong>Centro Studi “Anna Seghers”, un percorso tra storia, memoria e futuro.</strong></p>
<p align="center"> </p>
<p align="center">di Davide Rossi</p>
<p> </p>
<p>Anna Seghers è nata a Magonza nel 1900 e si è spenta a Berlino Est il 1° giugno 1983, ne ricorre quindi in questi giorni il 26° anniversario. Tedesca, ebrea, comunista è stata scrittrice di grande rilievo, anche se oggi quasi dimenticata. All’avvento del nazismo, che ha contrastato con l’impegno politico e letterario, di quegli anni il romanzo “<em>La rivolta dei pescatori di Santa Barbara”</em>, è costretta all’esilio, prima in Francia e poi in Messico, in cui ritrova l’amica Tina Modotti, che ha frequentato nei sei mesi del soggiorno berlinese della fotografa nel 1930, e stringe amicizia con Frida Kahlo e Diego Rivera. I suoi scritti bruciano nella notte del famigerato rogo dei libri, organizzato dai nazisti il 10 maggio 1933. Nel dopoguerra rientra in Germania con la convinzione di poter contribuire al riscatto della lingua tedesca. È tra le fondatrici della DDR e si stabilisce nella parte di Berlino che ne è capitale, diventa presidentessa dell’Unione degli Scrittori, un compito che assolve dal 1952 al 1978 con la determinazione e la libertà che la portano ad affermare l’imprescindibile necessità di “<em>respirare alla luce delle parole</em>”. Suo il merito del recupero di Kafka dentro il dibattito letterario  nell’Europa orientale. Esponente del realismo socialista, condivide la definizione che ne dà Bertolt Brecht: “<em>fedele riproduzione della convivenza umana effettuata dal punto di vista socialista, con i mezzi dell’arte”</em>.  Intensi sono i rapporti di amicizia con gli scrittori del suo tempo, non solo Brecht e Becher, che come lei hanno scelto di vivere in DDR, ma anche Mann, Hikmet, Guillen, Shuteriqi, Trifonov, Neruda, Amado. In Italia nel dopoguerra escono tutti i suoi romanzi, tra cui “<em>La settima croce”</em> per Mondadori, da cui gli statunitensi traggono un film con Spencer Tracy, e “<em>I morti restano giovani”</em> per Einaudi, che edita quasi tutti gli altri suoi romanzi. È l’autrice tedesca più pubblicata e letta in Italia sino al 1957, quando la nascita dell’attuale Unione Europea, allora MEC,  impone, tra i vincoli per i paesi contraenti, il blocco di qualunque relazione economica e culturale con la DDR. Anna Seghers scompare così dalle librerie italiane e sopravvive in qualche biblioteca, solo negli anni ’70 la Ostpolitik permetterà alla Einaudi di ristampare i suoi libri precedenti al ’45.</p>
<p>Nel 2005 noi, con un gruppo di studenti, di docenti, di cittadini democratici e di lettori sensibili, decidiamo di intraprendere l’avventura se non folle certo molto coraggiosa di dare vita ad un centro studi dedicato alla scrittrice, con la volontà di compiere, nel nostro piccolo, un percorso di memoria storica, di conoscenza dei suoi testi, di impegno collettivo per un diverso futuro. In questi quattro anni abbiamo pubblicato e contribuito alla pubblicazione di alcune sue pagine: “Le nozze ad Haiti”, “La figlia della delegata”, a giugno 2009 “In Cina” (Ed. Mimesis), resoconto del viaggio compiuto nel 1951 da Anna Seghers nella Repubblica Popolare guidata da Mao.</p>
<p>L’impegno civile e antifascista è uno dei valori più grandi che la scrittrice ci trasmette, le parole di Anna Seghers, ancora oggi leggibili in un grande monumento fuori dal campo di concentramento femminile di Ravensbruck, una novantina di chilometri a nord di Berlino, risuonano forti: “<em>Sono madri e sorelle, tutte, madri e sorelle di ciascuno di noi. Oggi possiamo studiare e giocare in libertà, alcuni di noi forse non erano ancora nati quando queste donne hanno esposto i loro corpi, esili e fragili, come scudi lungo tutto il tempo del terrore fascista, la loro scelta e la loro determinazione hanno protetto e difeso noi e il nostro futuro.</em>”</p>
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		<title>Non ci appartengono i muri, accettiamo la complessità della storia di Davide Rossi</title>
		<link>http://annaseghers.wordpress.com/2009/06/02/non-ci-appartengono-i-muri-accettiamo-la-complessita-della-storia-di-davide-rossi/</link>
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		<pubDate>Tue, 02 Jun 2009 14:46:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Berlino, la città di Anna]]></category>

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		<description><![CDATA[Il direttore del nostro centro studi ha scritto una ampia lettera a gennaio a Liberazione in cui riflette in merito al dibattito sollevato dalla assunzione della caduta del muro di Berlino del 1989 come simbolo della tessera giovanile del PRC. Poiché il 2009 vedrà un rincorrersi di presunte memorie e varie apologie, tese principalmente ad offrire una visione colpevolizzante della storia della DDR, nel pubblichiamo il testo integrale che per altro non ha trovato spazio sulle pagine del quotidiano. Siamo convinti – come direttivo – che quanto si leggerà nei prossimi mesi ci obbligherà a tornare sul tema. Un impegno a cui non ci sottraiamo convinti che le ragioni di un confronto storicamente documentato e serio siano superiori al gretto ideologismo funzionale alla cronaca dozzinale di certa stampa e agli interessi di una politica miope, che preferisce strumentalizzare il passato piuttosto che dare risposte per il presente e il futuro.<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=annaseghers.wordpress.com&blog=599323&post=69&subd=annaseghers&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0;"> </p>
<p class="MsoNormal" style="text-align:justify;margin:0;"><span style="font-size:9pt;"><span style="font-family:Verdana;">Leggo su “Liberazione”, senza condividerle, critiche rivolte ad un giovane dirigente di Rifondazione, Simone Oggionni, per aver espresso l’opinione che la caduta del muro di Berlino non sia un buon simbolo per i comunisti. Ho letto gli interventi del direttore Sansonetti e di Rina Gagliardi, e pur nel rispetto di idee differenti, dissento fortemente da entrambi. Nella mia qualità di direttore del centro studi “Anna Seghers” mi sento di proporre alcune considerazioni.</span></span></p>
<p><span id="more-69"></span><span style="font-size:9pt;"><span style="font-family:Verdana;">In quel novembre del 1989 ho compiuto diciotto anni, ero appena stato eletto nel consiglio di istituto del Virgilio di Milano, la nostra “lista culturale”, questo il nome, creata contro le altre tre che da anni dominavano la scuola, quella anomala che univa fascisti e arrivisti, quella dei ciellini e quella residuale “Ribellarsi è giusto”, abbiamo ottenuto tutti e quattro i seggi. Era il tempo triste della “Milano da bere” e dei “fighetti”, noi abbiamo portato a scuola dibattiti sul Cile, stava finendo la dittatura, con una studentessa di ritorno da Santiago e ancora con il console sudafricano, mentre Mandela, febbraio 1990, ritrovava la libertà. Intanto la DDR crollava. Ricordo che anche io ho partecipato ad una manifestazione studentesca per “festeggiare” l’avvenimento, nel mio archivio ancora devo avere copia dei quotidiani di quei giorni. Oggi che insieme a tanti, come docente, lotto dentro l’Onda, di quella mia manifestazione del novembre ’89 mi vergogno e chiedo scusa. Cercherò di spiegare perché. Dall’estate del 1991 per diversi anni, mentre studiavo Lettere, ma soprattutto storia, all’università, ho viaggiato per tutto l’Est. Polonia, Ungheria, Cecoslovacchia (allora si chiamava così) e dentro quegli stati che erano sorti dall’Unione Sovietica: Estonia, Ucraina e soprattutto Russia, con il mio russo precario e accidentato e oggi purtroppo quasi dimenticato. Più tardi ex – DDR, Albania, i mille rivoli della ex- Jogoslavia, … Viaggiavo per ostelli, ospite di russi, polacchi, …, di giovani italiani che avevano lasciato un bigliettino attaccato ad un pannello della Statale offrendo ospitalità per l’estate, a indirizzi trovati per caso da inserzioni su “Avvenimenti”, rivista che leggevamo, come “Cuore”, nella stagione della nostra rabbia contro la tangentopoli di allora. A ripensarci, io e i miei coetanei, faremmo ridere i diciottenni di oggi, noi, senza internet, senza mail, senza cellulare. Il viaggio, i viaggi, soprattutto verso Est, erano delle vere e proprie avventure, con qualche contante in tasca e molta buona volontà. Di ritorno da ogni viaggio sono stato attraversato da una furia matta che mi ha portato a studiare e a conoscere la storia di quei paesi socialisti. Lo confesso avevo creduto al segretario generale del PCUS, Gorbaciov, che aveva scritto in un suo libro “Casa comune europea”, bello e del tutto irrealistico, che avremmo messo insieme il meglio dell’Occidente, le libertà e i diritti civili, e il meglio dell’Est, le libertà e i diritti sociali. Nel 1989 non c’era in Occidente crisi come oggi, ma le preoccupazioni di noi giovani occidentali erano il lavoro difficile da trovare e mal pagato, la casa sempre più costosa e inarrivabile, i costi crescenti per la cultura, la scuola e la sanità. Tutto questo a Est, sino a quel 1989 era garantito, per carità, tra mille limiti e incongruenze, ma garantito. Eppure io mi sforzavo di credere che la “casa comune” fosse una buona idea, ma i viaggi, di anno in anno, smentivano Gorbaciov e le mie convinzioni. A Est sempre più poveri, sempre più disoccupati, sempre più tristi e non parlo di persone astratte, non faccio macro-analisi sociologica, parlo di ragazzi in carne ed ossa, come me, che se nel 1991 si esaltavano per tutto quello che odorava d’Occidente, tra il nostro stupore e il nostro invito alla cautela, tre anni dopo mostravano sguardi opachi, perplessi, rassegnati. Se uno di loro si era arricchito, ci era riuscito fregando gli altri.<br />
Il mito pure della “libertà di stampa” occidentale vacillava, milioni di libri stampati, migliaia di film girati, una ricchezza espressa per anni dai paesi socialisti, era scomparsa, la censura del denaro si era mostrata per quello che è, più grande e peggiore di quella del partito. Pure i cosiddetti “dissidenti” di prima ora non servivano più alla propaganda occidentale, ne ricordo uno moscovita, che consolava con la vodka, in una serata da amici comuni, in un quartiere della periferia meridionale di Mosca, quello che lui riteneva “un tradimento” dell’Occidente.<br />
Negli stessi anni mi documentavo sulla libertà dell’Occidente. Ho scoperto che non era e non è poi così autentica, potrei citare decine di scrittori che il nostro Occidente censura ferocemente nel 1989, come nel 2008. Anna Seghers, è una di loro, presidentessa degli scrittori della DDR, ha costruito quella nazione dopo l’esilio, dopo che i nazisti hanno cercato di ucciderla e hanno bruciato i suoi libri nel rogo del 10 maggio 1933 a Berlino. Di Anna Seghers il nostro centro studi edita qualche libro, ci rimettiamo di tasca nostra, lo facciamo perché crediamo nella libertà, perché ci piace vedere chi ha quindici o diciotto anni oggi, mettere in tasca un suo libro. Eppure alcuni testi di Anna sono di tale bellezza che potrebbero interessare qualche editore occidentale, ma qui nel mondo libero, accade molto, molto raramente. Noi la editiamo perché frequentando spesso Berlino e in particolare la parte orientale di quella città, conoscendo, ascoltando tanti amici che di quella nazione, la DDR, hanno fatto parte scopriamo quello che non si vuole dire o ricordare.<br />
I muri sono sempre odiosi e vanno tutti abbattuti, ma quello di Berlino, certo tra i più disgraziati della storia, ha una vicenda tanto complessa che occorrerebbe un libro, che vorrei scrivere, ma che poi non scrivo mai perché tanto non lo pubblicherebbe nessuno.<br />
Intanto la Germania Ovest nel 1945 aveva mantenuto funzionari, docenti, militari nazisti ai loro posti, la DDR no, allontanandoli. Anna Seghers o Bertolt Brechet quando tornano dall’esilio non hanno dubbi, scelgono di vivere in DDR.<br />
Berlino Ovest è stata poi l’arma pacifica con la quale l’Occidente ha vinto la guerra fredda. Non solo per i negozi stracolmi di prodotti e tenuti volontariamente a prezzi più bassi che nel resto della Germania Ovest, ma è stata la sola città in cui i ragazzi che fossero scappati da Est avrebbero potuto evitare il militare, obbligatorio nelle due Germanie. Berlino Ovest era la città in cui i medici della DDR potevano esercitare la professione con stipendi astronomici e pochissimi pazienti, un grande incentivo alle fughe. Nella primavera del 1961 diverse bombe scoppiano a Berlino Est, messe dai servizi segreti occidentali con basi a Berlino Ovest, le più sanguinose in un mercato di quartiere e all’università Humboldt. Altro problema per i cittadini di Berlino Est, la spesa, infatti le cameriere dell’Ovest venivano mandate a est di buon mattino per fare incetta di frutta e verdura di migliore qualità e buon prezzo, le massaie di Berlino Est nell’agosto del 1961 hanno organizzato vere e proprie manifestazioni di gioia, spontanee, per l’erezione del muro.<br />
Può bastare questo per giustificare il muro? Certo no, ma dalle massaie arrabbiate, alle bombe sanguinarie piazzate dall’Ovest, alla libera circolazione tra le due Berlino che favoriva la “campagna acquisti” dei laureati provenienti della DDR, “acquistati” e pagati lautamente per un lavoro minimo, ma utili per sbandierare il concetto chiave della guerra fredda: la libertà dell’Occidente contro la repressione dell’Est, tutto giocava, in quella guerra, che guerra è stata, anche se fredda, a svantaggio della DDR.<br />
In un altro mio viaggio, questa volta dall’altra parte del mondo, nel febbraio 1999, ospite dei giovani del partito comunista cileno, conosciuti a Cuba nel 1997 al Festival mondiale della Gioventù, ho incontrato donne e uomini che grazie alla DDR hanno trovato scampo alla dittatura fascista di Pinochet e grazie ai soldi ricevuti nel 1989 dalla DDR, come liquidazione dopo avervi lavorato per 15 anni, avevano una possibilità di integrazione delle misere pensioni del Cile liberista di dieci anni fa. Dire DDR per loro era parlare di una seconda patria e avevano le lacrime agli occhi. A Milano la compagna Carla, che oggi lavora in bar adiacente al Piccolo, può raccontarvi delle sue estati nei campi dei pionieri della DDR, con emozione uguale ad allora, qurant’anni dopo.<br />
La DDR, mentre la Germania Ovest intratteneva scambi commerciali con i politici razzisti del Sudafrica (la Baviera negli anni ottanta era il primo partner per scambi commerciali della nazione dell’apartheid), inviava aiuti di ogni tipo a Cuba e ai sandinisti in Nicaragua, ricevendone caffé, zucchero e banane, assolutamente “eque e solidali”, come diremmo oggi.<br />
Trovo allora che parlare male della DDR e dei paesi socialisti, definirli come il direttore Sansonetti “un sistema di dittature”, sia una semplificazione dannosa per provare a riflettere sul passato. Torno a ripetere che con questo non voglio giustificare il muro di Berlino, ma ci sentiamo in obbligo, almeno noi del centro studi, di restituire la complessità di luoghi e avvenimenti che anche Rina Gagliardi, parlando dell’autostrada che veniva da ovest, sembra non voler prendere in considerazione. La notte del 9 novembre 1989 e quelle dei giorni seguenti, la metà di Berlino Est che non si è mai riconosciuta nei valori del socialismo ha invaso Berlino Ovest, comperato e festeggiato l’accesso al consumismo. Credo che i comunisti, come coloro che si iscrivono a Rifondazione, debbano ricordare quell’altra metà di berlinesi di quella mezza città che era la capitale della DDR, che in quei giorni non festeggiavano e non hanno festeggiato nei giorni e negli anni seguenti. La storia della DDR non è la storia del paese degli orrori, è la storia dolorosa e complessa di un pezzo di Germania che tra mille contraddizioni ha provato a fare, forse malamente, forse riuscendoci o forse no, il socialismo. Ma questo è un interessante tema di ricerca storica, uno tra i tanti che noi del centro studi cerchiamo di condurre, ci pare che il muro e la DDR abbiano poco a che vedere con la quotidianità politica.<br />
Il muro che cade a Berlino nel novembre 1989 e sancisce la fine della DDR tuttavia non mi pare possa essere annoverato tra i simboli per coloro che in cuor loro credono nei valori di giustizia, uguaglianza e fratellanza. La caduta del muro di Berlino ha portato con sé problemi, ambiguità, speranze deluse e sogni traditi. È forse, insieme ad essere il simbolo della vittoria della destra liberista sul nemico storico del socialismo, più o meno di aderenza sovietica, nella guerra fredda, il simbolo di un’Europa che non ha saputo diventare subito, nei giorni di allora, Europa dei popoli e che oggi tanto fatica e arranca per affermarsi come tale. Non mi azzardo ad entrare nel merito di socialismo e comunismo, idee meravigliose e ancora più grandi, ma se possiamo discutere e approfondire quale sia stata eventualmente la loro relazione con la DDR, di un fatto sono sufficientemente convinto, comunismo e socialismo non abitano le macerie del muro e della DDR.</span></span></p>
<p>gennaio 2009</p>
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	</item>
		<item>
		<title>Voto Agnoletto e Pavlovic. Voto la lista comunista</title>
		<link>http://annaseghers.wordpress.com/2009/05/26/voto-agnoletto-e-pavlovic-voto-la-lista-comunista/</link>
		<comments>http://annaseghers.wordpress.com/2009/05/26/voto-agnoletto-e-pavlovic-voto-la-lista-comunista/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 26 May 2009 08:09:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://annaseghers.wordpress.com/?p=102</guid>
		<description><![CDATA[elezioni europee 2009<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=annaseghers.wordpress.com&blog=599323&post=102&subd=annaseghers&ref=&feed=1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class='snap_preview'><br /><p>di Davide Rossi </p>
<p>L’Europa davvero è il luogo in cui si prendono decisioni importanti, decisive per il futuro di tutti noi. Purtroppo, come spesso accade, invece di discutere del ruolo e dei compiti del parlamento europeo, la campagna elettorale italiana si è concentrata in questi mesi sull’Italia e sul suo massimo protagonista mediatico, l’onnivoro e onnipresente presidente del consiglio, che tra battute e smentite è arrivato a dichiarare inutile il parlamento.</p>
<p>A questa deriva civile e sociale, a questo silenzio risponde con un chiaro impegno europeo la lista comunista, la sola, tra tutte quelle presenti per le elezioni, che dà la certezza dell’iscrizione dei suoi eletti nel gruppo della sinistra europea e della sinistra verde nordica (GUE). Il GUE in questi anni ha rifiutato le 60 ore settimanali di lavoro, ha respinto ogni forma di liberalizzazione dei contratti che si è poi dimostrata nella sostanza una drammatica estensione del precariato e dello sfruttamento lavorativo, si è schierato a fianco dei diritti dei migranti e dei popoli del Sud del pianeta, si è battuto per le energie alternative, ha chiesto un’Europa sociale, in cui tutti, donne e uomini, possano vedere riconosciuto il diritto ad una piena cittadinanza.</p>
<p>La ritrovata libertà di esprimere le preferenze porta a scegliere nella lista comunista un uomo e una donna.</p>
<p>Vittorio Agnoletto è da anni un amico, un compagno. Sempre gentile, disponibile, attento. Non esita a farsi carico delle preoccupazioni, degli stimoli, dei problemi che noi, come tantissimi altri, gli segnaliamo, a partire, nel nostro caso, dai temi che più ci stanno a cuore, ovvero quelli della cultura, della libera associazione studentesca e sindacale, della piena possibilità d’espressione di quel grande movimento “no global”, di cui anche noi, nel nostro piccolo, siamo parte. Il suo lavoro nella passata legislatura europea è la conferma di un impegno di civiltà che vogliamo possa continuare.</p>
<p>Dijana Pavlovic è una ragazza rom, una zingara nata in Serbia, attrice di teatro in Italia. Ogni preferenza che raccoglierà sarà la più viva, forte, chiara testimonianza che rifiutiamo &#8211; in Italia e in Europa &#8211; le politiche securitarie costruite nel solco dell’odio, del razzismo, della xenofobia. Perché crediamo nel dialogo e nella comprensione tra tutti i popoli, perché non abbiamo dimenticato gli italiani immigrati nelle miniere belghe e nelle fabbriche e nei campi del mondo. Ogni preferenza per Dijana Pavlovic sarà un segno di pace, perché rom e sinti sono i soli popoli a non aver mai fatto o dichiarato una guerra. Scrivere il suo nome sulla scheda significa affermare con forza che chiediamo il pieno rispetto dei migranti, degli stranieri, dei baraccati. A cui vanno riconosciuti, come a tutti gli italiani, casa, scuola, assistenza medica e lavoro. Senza odiose esclusioni che contrastano ogni elementare regola di civiltà e la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Scrivere il suo nome sulla scheda aiuta a ricordare che rom e sinti sono spesso italiani da secoli e quando anche abbiano raggiunto l’Italia negli ultimi anni, devono riconoscere nel nostro sguardo e nei nostri gesti il calore di un’accoglienza sincera e concreta.</p>
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